Sei sentenze solo nel 2017 danno ragione ai migranti contro l’Inps: spettano anche a loro i bonus a sostegno della famiglia 

ANSA
Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, a Napoli per la Giornata nazionale della previdenza, Napoli, 10 maggio 2016. ANSA /CIRO FUSCO
La prima sentenza è arrivata in aprile, ma subito dopo è stata una lunga scia. Ben sei giudizi, nel solo 2017, di diverse Corti hanno dato ragione a cittadini immigrati e torto all’Inps sulla mancata erogazione di bonus a sostegno della famiglia. A denunciare “interpretazioni dell’Inps troppo restrittive delle leggi, che alla fine diventano discriminatorie” è Morena Piccinini, la presidente del patronato Inca Cgil che ha difeso in giudizio gli immigrati. E ha vinto.
L’Istituto presieduto da Tito Boeri, contattato da Huffpost, precisa che per tutte le misure a sostegno della genitorialità sono state seguite le indicazioni formali della Presidenza del Consiglio e sentiti i Ministeri vigilanti. E che, in particolare per il bonus mamme di 800 euro, si è fatto riferimento all’assegno di natalità previsto dalla legge di stabilità del 2014, che escludeva l’accesso alle straniere sprovviste di permesso di soggiorno di lungo periodo.
Eppure quando si va in tribunale i giudici danno ragione ai ricorrenti, tanto che lo stesso Inps ammette di aver chiesto di recente nuove indicazioni sulla materia. Il fatto è che il permesso di soggiorno di lungo periodo si ottiene solo a condizioni molto restrittive (soggiorno nel Paese da almeno 5 anni, disponibilità di reddito superiore all’assegno sociale, conoscenza della lingua, e altri vincoli) e non tutti i lavoratori, riescono a ottenerlo, pur essendo stabili e in regola con le leggi.
L’ultima sentenza è stata emessa dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, chiamata a dirimere una causa tra Inps e una donna straniera residente a Genova, titolare di un permesso di lavoro superiore a sei mesi, che si era vista rigettare la richiesta dell’assegno per i nuclei familiari numerosi. In primo grado il Tribunale aveva dato ragione all’Istituto, ma il giudice d’appello aveva ritenuto necessario chiedere un parere alla Corte Ue per una verifica di aderenza alle regole europee. Ebbene, la decisione dei giudici europei è stata chiarissima. “I cittadini dei paesi non Ue ammessi in uno Stato membro a fini lavorativi, a norma del diritto dell’Unione e del diritto nazionale – scrivono i magistrati – devono beneficiare della parità di trattamento rispetto ai cittadini di detto Stato”.
Dello stesso parere sono anche i giudici italiani. Prima ad aprile e poi a maggio il Tribunale di Bergamo ha emesso due sentenze sul riconoscimento del bonus bebé. Nel secondo caso i ricorrenti erano addirittura un gruppo di 20 genitori (patrocinati dall’Inca e dalla Cgil) di origini albanese, tunisina, marocchina, egiziana, moldava, ucraina, boliviana, nigeriana, pachistana, georgiana e del Burkina Faso. I magistrati hanno riconosciuto il diritto delle famiglie straniere a ricevere il bonus, affermando che “subordinare il riconoscimento ai figli di extracomunitari con permesso di lungo periodo crea una disparità di trattamento tra italiani e stranieri nel caso in cui questi ultimi siano anche lavoratori”. Chiarissimo. Secondo la stessa corte il parametro fondamentale per l’erogazione di un bonus resta la “legalità del soggiorno” e il suo carattero non episodico e occasionale.
In un ricorso presentato al Tribunale di Firenze l’Inps è stato condannato l’11 maggio scorso a pagare l’assegno sociale con tanto di interessi legali a una cittadina albanese residente in Italia dal 2003. Nel giudizio il magistrato fiorentino fa riferimento ai principi della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e alla Carta costituzionale italiana.
Naturalmente anche la Consulta si è occupata della materia. In particolare in una ordinanza del 4 maggio scorso ha ritenuto illegittimo il mancato riconoscimento dell’assegno di maternità dei Comuni ad alcuni cittadini di diverse nazionalità, tra cui una donna eritrea con permesso di soggiorno per motivi umanitari. Anche in questo caso non si riconosce il vincolo del permesso di lungo periodo. La sentenza della Corte costituzionale fa riferimento non solo a diversi articoli della Costituzione, alla Direttiva Ue che impone pari trattamento tra i lavoratori legalmente presenti nei Paesi partner, agli accordi euro-mediterranei che dispongono il riconoscimento delle prestazioni assistenziali ai cittadini regolarmente soggiornanti con un titolo di soggiorno “semplice”. Contemporaneamnte alla sentenza della Consulta, anche il tribunale di Padova si è espresso nella stessa direzione, riconoscendo il diritto del bonus bebè a una cittadina moldava.