Contro le piantagioni selvagge misuriamo il respiro della foresta

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Qui si fa un passo oltre: per bloccare la deforestazione, si deve partire dall’alto. Le foreste tropicali contengono grandi depositi di carbonio e di biodiversità, e sono fondamentali per milioni di popolazioni indigene che dipendono dalle piantagioni per il loro sostentamento. Per tutelare ambiente e popolazioni locali il passo oltre consiste in un approccio scientifico. Lo hanno studiato le organizzazioni non governative che operano sul territorio, Greenpeace e The Forest Trust.
Dal 1990 ad oggi l’Indonesia ha perso 31 milioni di ettari di foresta, una superficie pari a quella della Germania. Di fatto soffre più del Brasile a causa della deforestazione messa in atto dall’industria dell’olio di palma e del legname. Il 2015 è stato l’anno peggiore a causa degli incendi sviluppatosi su vaste aree. Oggi molte compagnie del settore si sono poste come obiettivo la deforestazione zero, e di non utilizzare più olio che non sia certificato, quindi sostenibile.

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“Non si può pensare – dice Grant Rosoman, Forests Specialist di Greenpeace – che si possa fare a meno delle piantagioni di olio di palma. Si deve lavorare insieme verso un unico obiettivo. Per passare dalla teoria alla pratica serve un approccio scientifico che identifichi le aree di foresta che si possono usare e che implementi il territorio anche dal punto di vista sociale. Abbiamo lavorato a questo metodo per 5 anni, abbiamo fatto test sul territorio, in Indonesia ma anche in Africa. Ora puntiamo a far entrare la nostra metodologia di studio anche nelle pratiche della Rspo per la certificazione dell’olio di palma sostenibile. È un approccio pratico, trasparente e scientifico”.
Intanto per capire meglio la metodologia dobbiamo ragionare a partire dal carbonio. L’High Carbon Stock misura il respiro della foresta. La quantità di carbonio immagazzinato in uno spazio della foresta racconta il suo stato di salute: più alte saranno le emissioni e maggiore sarà la necessità di salvaguardare l’area. Per le sue analisi l’HCS utilizza dati satellitari: guarda dall’alto le condizioni della foresta. E poi confronta le misurazioni con indagini a terra. Creare una mappa della vegetazione è il primo passo per combattere a deforestazione.
“L’approccio HCS – continua Rosoman – è un passo avanti per le aziende che lavorano nelle piantagioni e per i produttori che si sono impegnati a fermare la deforestazione. L’approccio è stato testato e sviluppato in ​​Asia e in Africa. È uno strumento semplice che le aziende possono utilizzare per ingrandire le loro piantagioni senza impoverire la foresta. Anche per i governi locali può essere uno strumento utile perché li può aiutare a ridurre l’emissione dei gas serra”.
Quali sono le potenzialità di questo metodo?
Ci permette di identificare immediatamente le aree da proteggere e quelle che invece sono disponibili per le aziende o per le comunità locali. Lo abbiamo testato in Kalimantan con le piantagioni di olio di palma ma in un futuro potrebbe essere utilizzato anche per altre piantagioni che mettono a rischio le foreste e di cui poco si parla. Per le aziende che vogliono espandere le loro piantagioni è un metodo che garantisce massima trasparenza.
Quali sono gli step di questo metodo?
Si inizia da una perlustrazione della foresta dall’altro. Elaboriamo i dati raccolti dal satellite e ne diamo una prima interpretazione. Poi i tecnici vanno a fare un sopralluogo per aggiungere maggiori dettagli alla rilevazione. In particolare andiamo a controllare le zone di riforestazione e quelle che invece sono libere da piantagioni. Sul posto ci rendiamo conto di quello che si può fare, cosa deve essere tutelato e su cosa invece si può lavorare ancora. Mettendo insieme i dati da queste due fonti riusciamo ad avere una mappatura precisa di quello che sta succedendo in una determinata area della foresta.
Ottenuta la mappa, come procede il vostro lavoro?
Lavoriamo in team per affrontare la questione sotto vari aspetti: ecologici, economici e sociali. Ogni step, ogni passaggio ha un criterio, una regola da seguire. Perché non dimentichiamolo, si tratta di un metodo scientifico. Alla fine del processo decisionale scegliamo le zone che vanno tutelate, e non si tratta solo di piantagioni, ma anche torbiere, il terreno stesso, le rive dei fiumi. Così provvediamo a reimpiantare le piante scomparse a causa delle precedenti deforestazioni.
Qual è la reazione della comunità locale al vostro approccio?
Lavorare con vive nelle foreste è necessario per tanti motivi. Intanto perché a volte conoscono la foresta meglio di noi. Collaborare fin dall’inizio è indispensabile per non avere problemi in seguito. Non sempre è facile. È fondamentale che le compagne che vogliono espandere le loro piantagioni rispettino i diritti chi vive nella foresta. Le comunità che vivono in quelle terre devono essere d’accordo. High Carbon Stock si occupa anche di questo, di garantire a queste popolazioni la possibilità di continuare la vita che hanno sempre fatto. Di segnalare le zone che sono importanti per la loro sopravvivenza e per la loro cultura.
C’è ancora molto da raccontare sull’olio di palma. È quello che cercheremo di fare, stimolando una discussione che parta dall’origine e che mostri tutti gli aspetti e le problematiche che riguardano la produzione e l’uso. Un dibattito etico, che Huffpost ha deciso di ospitare in una pagina dedicata “Olio di palma sostenibile”, un confronto alimentato da contributi indipendenti per contribuire a una maggiore consapevolezza del consumatore.