Luca Cordero di Montezemolo fa 70 anni: “Mi fa incazzare chi dice che non ho mai lavorato”

Compie settant’anni, Luca Cordero dei marchesi di Montezemolo. Sceglie Il Giornale per raccontare amori e passioni, imprese e fallimenti, amici e nemici di una storia personale sempre in prima fila lungo 40 anni di storia del Paese.

C’è luce ovunque nel suo studio di casa mentre sorseggia un caffè latte indossando polo, jeans e scarpe chiare. Alle sue spalle, dentro una fila di barattoli ordinati sulla grande scrivania, ci sono centinaia di matite allineate e perfettamente appuntite. Sembrano soldatini impettiti di un esercito pronto a proteggerlo perché “ognuno ha le proprie manie”, quasi si scusa. “Non sopporto di vederle spuntate”.

Il ricordo delle gite in Vespa, con i genitori, quando “si stava bene con poco”, quella “era un’Italia povera, ma ricca di dignità”, l’Italia del “vestito della domenica, la giacca da non rovinare”. Quel passato fa ripetere a Montezemolo un suo mantra, su cui spesso si è fatta ironia, da Striscia la Notizia e Maurizio Crozza: “Se questo Paese avesse fatto squadra anche solo una volta, oggi sarebbe campione del mondo”.

Il Financial Times lo ha inserito per due anni fra i 50 migliori manager del mondo eppure non manca chi dice che non ha mai lavorato nella sua vita.

Sorride. Poi non sorride più. “Sa che questa cosa del lavorare poco mi fa veramente incazzare? Sa che per la prima volta in quarant’anni, questo mese, riuscirò a fare venti giorni tutti insieme? Lo chieda a loro, li chiami, domani, tutti quelli che hanno lavorato con me in quarant’anni. Chieda dei sabati pomeriggio quando mi dicevano per favore avvocato, domenica no, questa riunione rimandiamola a lunedì, perché abbiamo delle famiglie, noi…? Lo sa che da presidente e amministratore delegato della Ferrari mi sono trovato contemporaneamente presidente di Confindustria e di una Fiat in difficoltà e in mano alle banche e con la famiglia Agnelli unita dopo la morte di Umberto a chiedermi di aiutarla e di assumere quell’incarico? E io che avrei voluto tutto tranne che dire di sì?”.

E invece disse di sì, per riconoscenza nei confronti della famiglia Agnelli. Nei confronti dell’Avvocato, in particolare, di cui si è spesso vociferato: “Sì sì, la solita, che io sarei suo figlio. Ma per favore… Ma povera la mia mamma… Ma povero il mio papà…” dice Montezemolo. Gianni Agnelli, spiega, “era un secondo padre molto complice, una persona da cui ho imparato tanto e a cui devo molto. Un grande amico con cui, al di là della differenza di età, avevo molto in comune”.

“Era martedì. Due giorni dopo sarebbe iniziata la mia presidenza in Confindustria. Io che non ero mai andato in giunta e non ero imprenditore sarei stato eletto con il 98% dei voti. Ritenevo perfetto per quel ruolo Andrea Pininfarina, però suo papà Sergio mi aveva detto che aveva bisogno di lui nell’azienda di famiglia. Martedì mattina avevo cercato Umberto perché mi avrebbe fatto piacere che ci fosse anche lui al mio insediamento. Per la prima volta in una vita Umberto non aveva subito richiamato. Morì due giorni dopo. Proprio il giovedì della mia nomina. E sabato mattina, lo ricordo come fosse ieri, ero al telefono con la famiglia Agnelli riunita. C’erano tutti: Allegra, la moglie di Umberto, molto provata, le voglio bene, ci sentiamo spesso ancora adesso. C’era il figlio Andrea, c’erano i Nasi, John Elkann ancora ragazzo e Gianluigi Gabetti da sempre l’uomo di fiducia della famiglia, a cui sono molto legato. Parlò Susanna Agnelli in viva voce: Luca, ti chiedo a nome di tutta la famiglia di accettare. Era un momento tragico a livello degli affetti e drammatico sul piano imprenditoriale: l’azienda era in mano alle banche su cui stava agendo l’allora ad Giuseppe Morchio per diventarne presidente. Sapevo che Confindustria sarebbe stata per me molto impegnativa. Come potevo diventare anche presidente di una Fiat così in difficoltà? Datemi un giorno per pensarci, avevo risposto. Rimasi sveglio tutta la notte. Parlai a lungo con mia moglie, con i miei figli grandi, Matteo, Clementina, e con Diego Della Valle. È un fratello, Diego”.

Un altro sassolino nella scarpa è per chi dice che è solo fortunato.

“Scusi: direttore sportivo Ferrari nel ’75 quando non vinceva da un decennio, è solo fortuna o c’era da cambiare e qualcuno credeva che ne fossi all’altezza? E scusi, le relazioni esterne Fiat nel pieno del terrorismo? E Azzurra e la presidenza d’Italia ’90 chiamato da Havelange, numero uno Fifa? E il ritorno in una Ferrari perdente, nel ’91, in cassa integrazione, con modelli vecchi e alla vigilia della crisi dell’auto? E la presidenza Fiat in un momento terribile? È solo fortuna? O forse credevano in me che ci ho messo sempre la faccia? Solo fortuna o è anche un po’ di coraggio, di curiosità, di visione, di passione? E Confindustria? Ancora oggi molti amici imprenditori si ricordano con piacere della mia Confindustria…”.

“Sì, sì, un fortunato che non fa nulla. Come con Italo. Un successo frutto di un’idea, di un rischio, di una grande avventura imprenditoriale iniziata da un foglio bianco e fra mille difficoltà. Undici milioni e mezzo di passeggeri nell’ultimo anno. Eppure… solo fortuna”.

Un altro sassolino è per gli invidiosi. Come quando era fidanzato con Edwige Fenech.

“Non ero più alla Ferrari da tempo. Lavoravo alla Cinzano. Voleva conoscerla e quando alla fine gliela presentai, ne fu entusiasta. Dopo che Edwige se ne fu andata, lui mi prese da parte e mi disse: Guarda che lei è molto meglio di te. E ci credo, gli risposi, è una gran bella…. No, no, m’interruppe lui, non lo dico perché è bellissima, ma perché è più intelligente di te. Sì. Una persona meravigliosa Edwige. Ci siamo conosciuti che avevo 38-39 anni, siamo rimasti insieme diciassette anni” […] “Quante voci su di noi, quante gelosie, invidie. Quando conduceva Domenica in entrava nella casa di tutti. Ricordo i maligni: Ah, è lì perché è la compagna di Montezemolo. E intanto tentavano di screditare me perché doveva per forza essere poco serio un manager che stava con un’attrice”.

C’è spazio, nel colloquio, anche per parlare dei fallimenti, come Roma 2024 e Alitalia.

“Rinunciare a Roma 2024 è stata una decisione masochistica, sbagliata e ideologica. Avremmo stravinto. Una grande occasione persa dal Paese e soprattutto da Roma ridotta oggi in condizioni a dir poco pietose. E mi spiace molto per il grande lavoro fatto dal mio amico Malagò. Quanto ad Alitalia, ho avuto due ruoli. Su pressione del governo, di convincere gli arabi di Etihad a investire. Sono così arrivati in Alitalia 700 milioni quando era ormai tecnicamente fallita. E poi ho dovuto tenere uniti gli azionisti. Ero il garante, ma senza deleghe. Non avevo potere decisionale. E tuttavia eravamo riusciti a convincere gli azionisti a rilanciare. Tant’è vero che la proposta andata a referendum prevedeva investimenti per altri 2 miliardi. Lo dico con amarezza, con quel referendum è stato sancito un principio nuovo: i dipendenti possono autolicenziarsi. Perché, comunque vada, ritengo che purtroppo non rimarranno 12mila persone in Alitalia”.

C’è poi una storia mai scritta veramente, quella di Luca di Montezemolo in politica. Il contatto con Berlusconi, ma poi non fece il ministro e un po’ di rimpianto ce l’ha, “forse di fare il ministro in senso operativo sì. Ma avendo poi toccato con mano indirettamente il mondo politico, allora no”.

“Berlusconi mi propose come ministro parlando a Porta a porta. Telefonai a Gianni Letta che mi spiegò: Sai, ti vuole bene, ti stima. Ero in grossa difficoltà. Così chiamai l’avvocato Agnelli. E anche lui: Lo devi fare Luca. Per il Paese. Non me la sento, gli risposi. Due mattine dopo, in Ferrari, mi arrivò sul tavolo un plico di dieci pagine: erano tutte le firme dei lavoratori che mi chiedevano di restare. Chiamai Silvio e glielo dissi: Ti ringrazio, ma di fronte a questo non posso proprio lasciare”.