Milan, Yonghong Li sempre più solo: la Cina vieta gli investimenti privati nel calcio

Dopo il trionfale 6 a zero rifilato ai macedoni dello Shkëndija e in attesa dell’esordio in campionato domenica sera a Crotone, per il Milan arriva la doccia fredda cinese: stop agli investimenti privati in settori come real estate, hotel, intrattenimento e club sportivi.Insomma quando sembrava che il divieto all’uscita dei capitali potesse esaurirsi – o quanto meno allentarsi – il prossimo 30 settembre, è arrivato perentorio l’ordine del governo.


Il risultato è che Yonghong Li, il misterioso broker presidente del Milan, si trova ancora più solo di qualche mese fa. “Pechino ha semplicemente ribadito che il calcio non è una priorità per la crescita del Paese” spiega Giuliano Noci prorettore del polo territoriale cinese del Politecnico di Milano che poi aggiunge: “Li ha investito molti soldi e ora è rimasto senza paracadute. Se non ottiene subito importanti risultati sportivi e finanziari il club passerà al fondo Elliott. Di certo lo stress finanziario di questa operazione è enorme”.

Se quello di Li è un bluff – come pensano molti degli addetti ai lavori -, l’imprenditore potrà continuare ad accampare scuse spiegando la difficoltà a reperire risorse con la stretta all’uscita dei capitali; se invece la sua cordata era reale adesso Pechino ne ha certificato la fine. “Il vero problema di Li – sottolinea Noci – è che nessuno dalla Cina potrà unirsi a lui”. In questo momento, di fatto, possono investire solo aziende di Stato o i privati che perseguono obiettivi in linea con quelli del governo equindi lungo la ‘Belt and road’ voluta dal presidente Xi Jinping per una nuova ‘via della Seta’ tra Asia ed Europa:“Per questo motivo – rilancia il professore del Politecnico – anche le aziende di Stato devono informare il partito prima di avviare ogni operazione”.

D’altra parte il momento è delicato: tra ottobre e novembre si terrà il Congresso quinquennale in cui verrà definito il futuro politico della Cina fino al 2032 è il governo non vuole malumori. “I grandi investimenti nel mondo del pallone non sono piaciuti alla gente” dice Alberto Forchielli, amministratore delegato di Mandarin Capital Partner, il primo fondo di private equity non cinese ad aver ricevuto in gestione capitali del governo di Pechino che poi spiega: “La verità è che preferirebbero andare allo stadio a divertirsi loro anziché sapere che sono gli europei a godersi lo spettacolo con soldi cinesi”.

Tradotto: il governo che non ha alcuna intenzione di perdere il consenso popolare – proprio per evitare tensioni in vista del Congresso – non avrebbe fatto altro che captare i desiderata della popolazione. “A questo punto più che il ruggito di Huarong – scherza Forchielli – credo che sentiremo il miagolio di Li quando si accorgerà di aver lasciato la mano nella portiera della macchina”. Insomma per il broker che in una versione del curriculum sarebbe nato nella provincia del Guandong e in un’altra in un’altra in quella di Hainan (a quasi 400 km di distanza), i problemi rischiano di aumentare. Entro ottobre dell’anno prossimo dovrà infatti restituire all’hedge fund Elliott poco meno di 340 milioni di euro: “Il nodo della questione – commenta Noci – è nell’orizzonte temporale. Ci sono diversi operatori finanziari che investono con una forte leva lavorando perché la società rilevata sia in grado di generare buoni flussi di cassa con l’obiettivo di trarre profitto dalla quotazione a Hong Kong. Di solito, però, servono 3-5 anni”.

Come a dire che se il problema non fosse il tempo, la struttura dell’operazione sarebbe anche razionale: il Milan è un marchio molto forte in Cina come nel resto dell’Asia e la creazione di una controllata di diritto cinese permetterebbe il pagamento dei dividendi alla capogruppo, ma a Li servono risultati sportivi e finanziari immediati. “Anche se il giro d’affari in Cina crescesse tantissimo, difficilmente ci sarebbe il tempo per girare i dividendi alla controllante; spesso – dice Forchielli – serve anche un anno”. E in una situazione sempre più complessa Elliott resta alla finestra: il vero azionista forte del Milan è il fondo americano che tra poco più di un anno, con un investimento – al netto degli interessi – da 303 milioni di euro, potrebbe ritrovarsi proprietario di una squadra fortemente rivalutata. A quel punto rivenderla con una buona plusvalenza non sarebbe difficile.