La frustrazione delle Cassandre, la voracità dei cementificatori

Il cordoglio e la vicinanza ai familiari delle vittime e alla comunità colpita sono naturalmente il primo pensiero. Il secondo, in queste ore di dolore, va però alle responsabilità umane suscettibili di aumentare i rischi derivanti dalle calamità naturali. A Ischia come nel resto d’Italia. Penso alla mancata tutela del territorio e agli abusi edilizi, di cui l’isola flegrea purtroppo è vittima da tempo, come raccontano le 600 case abusivecolpite da ordine definitivo di abbattimento, e per la maggior parte ancora in piedi, e le 27 mila pratiche di condono presentate in occasione delle tre leggi nazionali sulle sanatorie edilizie.

Ad eccezione di alcune sporadiche demolizioni portate a termine negli ultimi anni su disposizione della magistratura, ma anche dagli stessi proprietari, a Ischia sopravvive un ecomostro di cemento illegale in un territorio estremamente fragile. L’isola non è sola in questo quadro: nel 2016 gli abusi in Italia sono stati circa 17 mila. In dieci anni in Campania sono state realizzate circa 60mila case abusive. E non parliamo di abusi di necessità, un fenomeno terminato alla metà degli anni novanta, ma di soggetti organizzati che hanno tirato su interi quartieri, in aree dove controllano tutto. Così negli anni abbiamo consumato il 66% delle coste calabresi, oltre il 50% di quelle campane e siciliane. E se il cemento illegale avanza velocemente le demolizioni di immobili abusivi procedono con lentezza: in Italia, dal 2001 al 2011, solo il 10,6% degli immobili è effettivamente andato giù. Una percentuale che precipita al 4% nella provincia di Napoli e rasenta lo zero a Reggio Calabria e a Palermo.

Ora, in Campania, una legge regionale battezza di fatto l’abusivismo di Stato e in Sicilia il Sindaco di Licata viene defenestrato perché combatte il cemento illegale. Non solo di cemento illegale si tratta, ma di una cultura diffusa secondo cui le regole sono un freno e non invece garanzia di sicurezza e qualità: in Sardegna la legge in discussione cerca di riaprire la cementificazione lungo le coste; nelle Marche la giunta regionale approva in tutta fretta una legge per snellire le procedure della ricostruzione passando sopra a norme e piani. Non è così che si guida un paese e si fanno gli interessi dei cittadini.

In un paese civile e democratico l’illegalità si combatte e non può essere autorizzata o giustificata dalla politica. Davanti a questa ennesima tragedia speriamo che chi, in queste settimane stia cavalcando il tema dell’abusivismo di necessità, per ricercare consenso elettorale, si fermi.

La risposta deve essere netta e chiara e passa attraverso l’esigenza di un cambiamento del ciclo edilizio, che partendo da un piano straordinario di abbattimenti convinca governo nazionale e regionale a porre l’attenzione concreta sulla rigenerazione dei tessuti urbani, sulla riqualificazione energetica e anti sismica del patrimonio edilizio esistente. Quello degli “abusivi povera gente” è un pretesto che va stigmatizzato una volta per tutte. Le case che si vorrebbero salvare con un nuovo condono edilizio, in tutte le regioni colpite dalla piaga dell’abusivismo, sono in prevalenza seconde case, siano esse al mare, in campagna o in città.

I cantieri illegali non sono una necessità, quanto piuttosto una ghiotta opportunità: costruire una casa abusiva, a conti fatti, costa circa un terzo in meno rispetto ai prezzi di mercato e si può fare aggirando i vincoli nelle aree di maggiore pregio. Spesso, poi, tra gli abusivi ci sono anche politici e notabili, ragione per cui la difesa di quelle case diventa la difesa della propria o di quella di un proprio amico. Ed è così che si arriva fino in parlamento per fermare le demolizioni. Ciò non toglie che in alcune realtà del nostro paese esista un’annosa emergenza abitativa, che riguarda famiglie in condizioni di reale indigenza. Per loro la politica deve trovare soluzioni abitative legali, rimboccarsi le maniche per mettere in campo una seria politica della casa e non cercare scorciatoie salva abusi in questo paese fragile e deturpato dal cemento illegale e dalle speculazioni.