Ricostruzione dopo il terremoto, una storia troppo italiana

E’ un anno esatto, e sulle condizioni delle aree devastate dal terremoto del 23/ 24 agosto nel paese circola una opinione, per una volta, condivisa: la ricostruzione è stata un fallimento. C’è del resto poco spazio per contendere in ragionevolezza con i numeri. Sappiamo che le casette consegnate sono meno del 15 % di quelle necessarie, che il 90 per cento delle macerie è ancora in strada, che solo 33 stalle sulle 1400 attese sono stata fornite al determinante settore dell’agricoltura (10mila animali sono morti), che nonostante 35 milioni di sostegno alle attività commerciali 120 di questi esercizi sono rimasti in ginocchio.

Sono numeri di una vera e propria catastrofe, ma, in maniera molto italiana, di fronte ai dati di fatto si arriva all’anniversario con una presa d’atto venata di fatalismo. La più italiana delle scuse è infatti stata riesumata per scaricare le colpe: la burocrazia. Una scappatoia molto usata dalla Dc di una volta che defletteva ogni accusa su questo onnicomprensivo e incomprensibile concetto. La burocrazia come grande bocca di uno stato Leviatano, sul quale e contro il quale è impossibile intervenire.

Ma davvero non ha padri e madri la burocrazia che ha ucciso la ricostruzione del territorio del terremoto? Con questa inchiesta di Gabriella Cerami abbiamo provato a descrivere almeno una parte dell’itinerario delle regole che non hanno funzionato. E come vedrete anche solo da questo breve lavoro della Cerami, le regole sono tutto meno che orfane. Hanno autori, storia, percorsi e responsabilità. Alla fine di un anno drammatico, soprattutto per chi lo ha vissuto nelle aree colpite, ammettere questa verità è l’unico modo omaggiare davvero le vittime e i sopravvissuti.

Tutto il sentimentalismo rovesciato sul cratere del terremoto, e tutte le visite compunte delle autorità, non basteranno in questo anniversario a oscurare il fatto che il dossier della ricostruzione riposa come un macigno sulle scrivanie dell’attuale governo Gentiloni. Che dal 5 dicembre siede a Palazzo Chigi, e che non può certo più invocare (come scudo e come scusa) la figura e l’operato di Renzi.

Ci aspettiamo dunque in queste ore dal Governo qualcosa di più dell’impegno “a fare di più e meglio”, qualcosa di più della resuscitazione del nato morto progetto “Casa Italia”. Ci aspettiamo la indicazione degli snodi che non hanno funzionato, e il cambiamento dei responsabili che non hanno agito o non hanno saputo farlo. Decisioni non italiane per una storia che fin qui è stata, come si diceva, fin troppo italiana. E di cui le prossime urne terranno sicuramente conto.