Da (presunto) isolazionista a interventista deciso. Donald Trump cambia rotta in Afghanistan e calza l’elmetto. La sua nuova linea d’azione è così sintetizzabile: concedere carta bianca e più poteri ai comandanti sul terreno senza fissare termini temporali, prevedere azioni più energiche contro le reti terroristiche, fare pressione sul Pakistan perché cessi di proteggere gli estremisti e sul governo di Kabul per fare riforme perché “il nostro sostegno non è un assegno in bianco”. Ma il campanello d’allarme suona anche per l’Italia quando il presidente Usa afferma: “Lavoreremo con gli alleati e i partner per proteggere i nostri interessi comuni. Non chiederemo ad altri di cambiare il loro modo di vivere. Ci guiderà un realismo di buoni principi”.Al netto del realismo e dei buoni principi, ciò significa che The Donald intende coinvolgere gli alleati della Nato che già schierano oltre 5 mila militari in Afghanistan, tra cui poco più di 900 italiani. Fonti bene informate, a Roma e Bruxelles, esprimono all’Huffpost la certezza, mista a preoccupazione, che Trump chiederà uno sforzo suppletivo anche agli alleati, nell’ambito di quel maggior contributo da sempre predicato dal presidente. Per l’Italia, che vanta il secondo contingente per numero in Resolute Support, significherebbe portare l’attuale contingente da 900 ad almeno 1200 effettivi e per un tempo indeterminato.Afghanistan, laddove tutto ebbe inizio. Afghanistan, a quasi sedici anni (7 ottobre 2001) dall’avvio della “guerra al terrorismo” qaedista, un Paese che non sa cosa sia la pacificazione, dove a prosperare sono solo i traffici di armi e di droga. Un Paese dove imperano milizie jihadiste, “signori della guerra” e califfi eterodiretti; un Paese dove nessuno può dirsi al sicuro. E la storia dice che difficilmente 5 mila o 8 mila soldati in più faranno la differenza. Per ottenere dei successi concreti Barack Obama portò il numero dei soldati americani a più di 100 mila, oltre alle truppe straniere dell’Isaf. Sedici anni di guerra raccontano di un immane fallimento dietro al quale si cela una amara verità: la forza non può surrogare la politica, facendo dello strumento militare un fine.L’ultimo Rapporto, relativo al 2016, della Missione di assistenza Onu in Afghanistan parla chiaro: il numero di vittime civili, circa 3.500 morti e 8.000 feriti, è il più alto dall’inizio del conflitto. Dati che sono registrati dal 2009, ma che in realtà si riferiscono a una guerra iniziata ormai 15 anni fa. A essere principale bersaglio sono i bambini, con un 24% in più di piccoli uccisi e mutilati nel Paese rispetto allo scorso anno. Sono le mine e gli esplosivi a ferire i più piccoli mentre vanno a scuola, giocano nel cortile o vanno a prendere l’acqua al fiume. Armi vigliacche di un conflitto che fa sentire la sua eco anche a distanza di 40 anni, ovvero la durata di una mina inesplosa.Dal 2014, con il ritiro delle truppe internazionali, la situazione è peggiorata: non sono state costruite strade né infrastrutture. Il sistema sanitario e la scuola non hanno più risorse. Annota Marco Leofrigio, in un articolato saggio su “AD” (AnalisiDifesa): “I talebani, come denunciato anche dal SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), sono giunti a controllare un territorio esteso come non mai in precedenza dopo il 2001 quando l’Operazione anglo-americana Enduring Freedom fece cadere il loro regime. Questo situazione così critica ha imposto a Barack Obama di rinunciare al piano di ritiro di altri 5mila soldati. Nella seconda metà del 2016 altro terreno è stato perso, con il governo afgano che arrivava a solo il 57% del Paese, ma questa percentuale di controllo si è ridotta ulteriormente con la recentissima caduta del distretto di Sangin, nell’Helmand, una perdita simbolica per tutta la coalizione anti-talebani”.Altro che in rotta. “Fin quando ci sarà un solo soldato americano nel nostro Paese, l’Afghanistan sarà il cimitero di questa superpotenza nel 21° secolo” e i combattenti islamisti “continueranno con determinazione e solennità la jihad”, proclama il portavoce dei talebani Zabiullah Mujahid in una dichiarazione diffusa qualche ora dopo il discorso del capo della Casa Bianca. D’altro canto, le recenti vittorie ottenute a duro prezzo a Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria) potrebbero spingere “l’internazionale jihadista” proprio verso le terre afgane. Uno spostamento del centro di gravità che potrebbe accompagnare l’espansione delle operazioni jihadiste in Asia, come è avvenuto di recente nelle Filippine e in Bangladesh.Quelle di Mujahid non sono parole al vento del portavoce di un esercito in rotta. Perché quella dei talebani è una holding plurimilionaria che supporta a pieno regime l’azione militare. “Nei report del SIGAR del 2015 e del 2016 – annota sempre l’analista di AD – si legge che la ‘fabbrica’ talebana di oppiacei mantiene salda la prima posizione mondiale, infatti l’eroina afgana raggiunge quasi tutto il globo, citiamo due dati: copre il ‘fabbisogno’ del

Sorgente: Donald Trump vuole in Afghanistan più soldati italiani