L’acqua ferma e chiusa della laguna e l’acqua infida e turbinosa del canale della Manica. Domani a Venezia, nella zona dell’Arsenale Nord, due mari si specchieranno uno nell’altro, davanti al pubblico che assisterà alla première italiana del capolavoro di Christopher Nolan Dunkirk. Un tuffo nel cinema inteso come spettacolo puro, un antipasto della Mostra che si apre mercoledì (ma il film non fa parte della rassegna), un’esperienza emotiva travolgente, capace di condurre il pubblico nel cuore di uno degli avvenimenti chiave dell’ultima guerra, l’evacuazione di 400mila soldati, inglesi e alleati, incalzati dalle truppe tedesche e rimasti intrappolati sulla spiaggia di Dunkirk.

Fortemente voluta da Winston Churchill e realizzata in tempi record dall’Ammiragliato britannico, la ritirata si avvalse del fondamentale sostegno delle barche dei civili che accorsero nella baia per offrire il loro aiuto. Ricostruendo l’evento dalle tre diverse prospettive, terra, aria, mare, Nolan concentra l’attenzione sull’esercito dei disperati, quasi tutti giovanissimi, stremati, intirizziti, animati dal desiderio di restare in vita, ma soprattutto dallo spirito di corpo e dalla solidarietà umana che rende ogni vita importante, fino all’ultimo attimo. Sul molo, tra i sopravvissuti in cerca di scampo, c’è anche il soldato Alex, interpretato dal leader degli «One Direction» Harry Styles che a Dunkirk deve il suo debutto da attore: «A prima vista Alex sembra carino, ma è anche un tipo un po’ ostico, gli piace l’idea di essere più duro dei suoi compagni, in realtà è spaventato come loro».  Sulla spiaggia Alex legherà subito con altri due soldati e con loro vivrà l’avventura della ritirata.

Che cosa li unisce?  «Puro cameratismo, forse non conoscono nemmeno i loro reciproci nomi, ma non importa, in certi momenti non conta come ti chiami. Chi indossa la tua stessa divisa è della tua squadra, ed è la tua famiglia».

Che cosa l’ha più colpita di «Dunkirk»?  «Non è un semplice film di guerra, descrive il modo in cui si può reagire in circostanze estreme e come il mostrare la parte peggiore o migliore di se stessi sia l’unica cosa che faccia davvero la differenza. Per questo, oggi, è importante che la gente veda Dunkirk, una storia che parla di collaborazione e di resilienza».  Da superstar della musica a esordiente in un film corale.

Come si è trovato?  «Ho amato questa esperienza, poterla vivere è stata un’enorme fortuna. Sul set eravamo tutti eccitati e concentrati, senza differenze tra attori affermati o sconosciuti. Ce l’abbiamo messa tutta per cercare di raccontare nel modo migliore quello che Nolan aveva in testa. La concentrazione era molto alta, alla fine delle riprese eravamo talmente stanchi che andavamo sempre a dormire, questo in qualche modo ci ha avvicinato ai personaggi».  Lavorare con un grande regista può essere difficile.

Come è andata con Nolan?  «Sono da sempre suo fan e ho immaginato che sarebbe stato eccitante essere diretto da un persona che ammiro così tanto. Ho pensato anche che magari mi sarei sentito in imbarazzo, e invece non è successo. Mi ha affascinato il modo in cui dirige, la cura per i dettagli, la precisione della preparazione. Non credo che faccia mai una cosa se non ne è convinto fino in fondo. Si prende il suo tempo e non sforna un film dopo l’altro».

Ce n’è uno che preferisce?  «Sì, Memento, ricordo di essere rimasto terribilmente colpito dal modo in cui era strutturata la narrazione».

È vero che, prima di sceglierla, Nolan non sapeva che lei è un divo della musica?  «Può essere, non mi sembra che Chris sia un appassionato di rotocalchi e non credo che, per prendere un attore, sia obbligatorio sapere tutto sul suo conto. Sono stato selezionato dopo aver fatto tutta la normale trafila dei provini».  Fare musica e fare film.

Qual è la differenza più importante?  «Sono cose diversissime. Quando fai musica pensi molto di più a te stesso, l’opposto di quello che accade girando un film. L’importante, comunque, è che la gente ami quello che fai».

Sorgente: Harry Styles: “Ho vissuto come un soldato. Dunkirk è stata scuola di vita” – La Stampa