“Come la vedi?”. “Difficile”. La telefonata tra il capo della Polizia, Franco Gabrielli, e il questore di Rimini, Maurizio Improta, si consuma in poche battute qualche minuto dopo le sette di sabato 26 agosto. Quando quello che il Gip Vinicio Cantarini definirà nell’ordinanza di convalida del fermo il “gruppo selvaggio”, si è già dileguato lasciando sulla sabbia e tra i rovi della statale una ragazza e una trans stuprate brutalmente e un ragazzo con la faccia massacrata dalle botte. “Ero in piedi dalle quattro. E quelli, spariti. Quindi, in circolazione. Quindi, potenzialmente in grado di commettere altri delitti con quel livello di ferocia che in carriera non mi era mai capitato di vedere”, racconta Improta. “Come la vedi?”. “Difficile. Ma non impossibile”, aggiunge il questore. Mentre la notizia attraversa la riviera, apre i siti online dei quotidiani e improvvisamente “la città che grazie al lavoro delle forze dell’ordine ha vissuto un’estate felice da due milioni di presenze ed eventi con punte di duecentomila persone senza un solo incidente, la città dell’accoglienza che si è fatta industria e modello di efficienza turistica diventa simbolo dell’insicurezza italiana. Il paradigma della paura”.E quel sabato la paura attraversa anche le stanze del vecchio palazzo fascista della questura in Corso d’Augusto. È paura di non farcela. “Ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di calarci un velo sul viso per non mostrare mai i segni della preoccupazione. La gente era convinta che li avremmo presi subito, noi avevamo in mano poco. Anche se poi quel poco si è rivelato abbastanza. Ma c’è voluto il meglio delle capacità professionali umane e tecnologiche in campo”, racconta Improta. Che mette insieme quindici uomini della Squadra Mobile e altrettanti ne chiede allo Sco di Roma, tra investigatori, esperti della scena del crimine e dell’analisi dei reperti, specialisti di immagini e tecnici in grado di districarsi rapidamente tra decine di migliaia di dati delle celle telefoniche.I ragazzi li chiameremo Emme ed Esse, sono polacchi, sarebbero dovuti partire per tornare a casa quella mattina invece sono in ospedale: lei uno straccio, lui sotto choc. Per interrogarli bisogna trovare al volo un interprete. Elle, la trans sudamericana, parla bene italiano e ce la fa a raccontare. Viene da lei la prima descrizione del “gruppo selvaggio”: tre ragazzini e un ventenne, verosimilmente africani, colore della pelle dal chiaro al nero. C’è poco da disquisire di razzismo, quello che gli uomini della mobile riescono a portare a casa è oro. Anche se non basta a delimitare il territorio di caccia. E anche se tra i rovi dove Elle è stata violentata viene ritrovata la macchina fotografica di Esse. La conferma che lo stesso “gruppo selvaggio” ha colpito due volte, minacciando di morte, spaccando bottiglie in testa alle vittime, stuprandole ripetutamente e, nel caso di Emme, gettandola in acqua per lavarla e farle riprendere i sensi prima di ricominciare.”Capisco che c’è un’escalation di violenza in quel gruppo. Ma non penso solo a quella notte. Penso alla dinamica, a dove poteva portare. Penso che ci sono di mezzo dei minorenni e che quello che hanno fatto, la modalità e l’efferatezza, non possono che averlo imparato su internet, dove sull’equazione sesso-morte si trova di tutto. Intanto noi ce l’abbiamo davanti, nel volto stravolto della ragazza polacca, del suo amico e della trans. Le funzionarie di Rimini e di Roma sono straordinarie nel creare un rapporto di fiducia con quella ragazza, raccolgono dati essenziali. Ma il tempo passa e mentre io mostro la faccia serena e fiduciosa ai giornalisti di tutto il mondo, i colleghi dello Sco e della Mobile si dannano per dare un nome a quei quattro che abbiamo individuato nelle registrazioni delle telecamere lungo il percorso tra il bagno numero 130 e la statale Adriatica”, dice Improta. Il punto è che se Elle li riconosce e a ciascuno attribuisce la paternità di ogni gesto, nelle 75 segnaletiche messe insieme in Questura quei quattro volti non ci sono. Quindi non ci sono nemmeno i nomi. La caccia ai fantasmi riprende.La pressione aumenta. Quella dell’opinione pubblica. Quella istituzionale. E la squadra dei trenta investigatori si sente addosso una responsabilità enorme. Mentre sfilano ministri e politici e il capo del governo per parlare al meeting di Cl, sulla spiaggia di notte, per trenta chilometri avanti e indietro, vengono dislocate pattuglie e persino agenti a cavallo. Di giorno, irruzioni dentro case abbandonate, ritrovi di immigrati, ovunque ci sia il sospetto o la possibilità di trovare la pista giusta. “Arriva anche la console polacca da Milano, mi dice che i ragazzi vorrebbero tornare a casa portandosi dietro la macchina fotografica con le immagini che si fermano un istante prima dell’agguato. Quelle di una vacanza felice. Ma la macchina è sotto sequestro. Allora chiedo alla scientifica di fare un duplicato delle foto e gliele consegno dentro una busta della Polizia di Stato

Sorgente: Gli 8 giorni di caccia al “gruppo selvaggio”. Gli stupri di Rimini negli occhi del questore Maurizio Improta

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