L’Angliru è una leggenda del recente passato della Vuelta e del ciclismo mondiale. I suoi 12 km e i suoi dislivelli feroci, con pendenze che superano il 20%, hanno permesso di scrivere epiche vittorie e dolorose sconfitte.

1 – Una montagna trovata per caso

Ancora prima di essere conosciuta nell’ambito del ciclismo professionistico, l’ascesa dell’Angliru era già stata classificata come la più dura del mondo. Questa vetta, che assieme a La Gamonal si trova in piena Sierra del Áramo, nella località asturiana di Riosa, era rimasta nel più assoluto anonimato in termini di grandi gesta ciclistiche fino al 1998, anno in cui l’organizzazione della Vuelta decise di lanciare un chiaro segnale introducendo sulla mappa una nuova vetta, priva di leggende, ma in grado di competere con colossi come il Monte Zoncolan o il Mortirolo, grazie alle sue pendenze impossibili.

I Re dell'Angliru: i vincitori del passato

I Re dell’Angliru: i vincitori del passatoEurosport

Enrique Franco, allora direttore generale della Vuelta, sognava di introdurre nel percorso spagnolo delle tappe epiche. Tra i propositi dell’ex-organizzatore della Vuelta non era contemplata una grande opportunità che si presentava sotto forma di una prova di estrema durezza, la salita all’Angliru, e per questo motivo la lettera scritta da Miguel Prieto fu decisiva. Grazie ad essa, la società organizzatrice, e in particolare Alberto Gadea, che si occupava di tracciare il percorso, scoprì che a soli 15 chilometri da Oviedo c’era una salita di 12 chilometri con pendenze ancora più dure della tanto agognata Higa de Monreal. La lettera si chiudeva sottolineando con particolare enfasi questa proposta: “Può essere certo, anzi certissimo che, se si dovesse realizzare questo obiettivo in futuro, si tratterà di un’esperienza che i telespettatori non potranno mai dimenticare. Proprio come si dice che i laghi di Covadonga possano essere l’equivalente spagnolo dell’Alpe d’Huez francese, La Gamonal potrebbe, senza esagerare, essere equiparata e persino superare il Mortirolo italiano.

Una Vuelta a España senza l’Angliru è come una maratona di cinque chilometri” (Enrique Franco)

Questo discorso entusiasta riuscì a convincere gli organizzatori, e nel 1999, dopo poco più di un anno dall’invio della lettera, la Vuelta introduceva nel percorso questa montagna, nota inizialmente come La Gamonal, ma battezzata ormai per sempre come l’Angliru. Per iniziare a costruire un mito simile, ancora prima che un ciclista professionista potesse percorrerla in piena gara, si dette per scontato che sarebbe stata l’ascesa più dura ed esigente mai vista prima. José Antonio Muñiz, all’epoca sindaco di Riosa, commentava, facendo riferimento al filone epico che il suo paese stava per far conoscere a tutto il mondo: “È un gioiello che invece di essere mostrato in vetrina è stato conservato nel retrobottega”. Era vero. Mentre lo Stelvio, il Mortirolo o qualsiasi grande scenario delle Alpi o dei Pirenei del Tour de France avevano alimentato la loro leggenda per decenni, questo gioiello asturiano, questo diamante grezzo così difficile da far brillare, doveva recuperare in fretta tutto il tempo perso, quasi in una corsa contro il tempo stesso.


2 – La prima volta: pazzia, nebbia, Pantani ed “El Chava”

L’introduzione dell’Angliru nella nona tappa della Vuelta del 1999 scatenò il caos e superò qualsiasi aspettativa iniziale. Al punto che persino un percorso pieno di arrivi in salita che comprendeva questa temibile montagna con rampe che raggiungono dislivelli del 20%, fece arrabbiare Jean Marie LeBlanc, all’epoca massimo dirigente del Tour de France, che affermò di essere sorpreso dall’estrema durezza di questa gara. Una riflessione giustificata dal fatto che furono i francesi stessi che vollero proporre tappe meno selvagge per cercare di lottare contro il doping, dopo che il Tour de France era stato colpito dal suo peggiore scandalo nell’edizione del 1998.

L’organizzazione della Vuelta pensava proprio a Marco Pantani, vincitore di quel Tour, quando decise di introdurre l’Angliru nel programma. Evidentemente una lotta fianco a fianco lungo quelle rampe tra “Il Pirata” Pantani ed “El Chava” Jiménez era ciò che sognavano non solo gli organizzatori della Vuelta, ma anche tutti i tifosi. Quel sogno però non si avverò. Nonostante lo sfortunato campione italiano avesse accennato alla volontà di partecipare alla Vuelta a España di quel settembre del 1999, la sua esclusione dal Giro d’Italia a Madonna di Campiglio gli impedì tale avventura, come racconta Manuela Ronchi nella sua biografia “Un uomo in fuga”, allontanandolo dal ciclismo e un po’ alla volta anche dalla vita.

Marco Pantani - Tour 1998

Marco Pantani – Tour 1998Getty Images

Tutti gli sguardi si concentrarono quindi sullo scalatore di Ávila. Era lui il ciclista spagnolo che faceva furore all’epoca, ed era il preferito dalla maggior parte dei tifosi locali. Un reportage pubblicato l’8 ottobre del 1998 mostrava “El Chava” sorridente, in ricognizione sul percorso del colosso e persino mentre veniva aiutato da Eladio Llanos, cicloturista e minatore che gli prestò la sua ruota con un pignone a 28 denti perché potesse percorrere meglio le dure rampe e avere il suo momento di gloria sui giornali. Quell’ascesa fu il primo grande debutto in società dell’Angliru, che solo pochi mesi dopo avrebbe mostrato al mondo intero la prima vera battaglia col suo massimo e indiscutibile protagonista. Quando gli domandarono prima della partenza per la Vuelta del ’99 se questa montagna lo intimoriva, Jiménez rispose perentoriamente: “Se c’è qualcuno che deve avere paura, non sono di certo io”.

Se c’è qualcuno che deve avere paura, non sono di certo io. Non c’è da preoccuparsi se quel giorno si affronta il percorso con il rapporto adeguato” (“El Chava” Jiménez)

Parlare dell’Angliru vuol dire parlare di rampe e curve impossibili, ma anche di nebbia, pioggia e freddo. Questa salita non potrebbe essere compresa senza il grigio scuro del cielo, il particolare paesaggio e tutte le scene che prendono vita lungo il percorso. Fu così che “El Chava” superò Pavel Tonkov nel 1999, rimontando attraverso una nebbia spessa e superando prima Roberto Heras e poi il russo proprio sulla linea del traguardo. Alla fine, vinse il ciclista che la tappa e tutto il suo contorno desiderava ardentemente che vincesse, anche se non mancò la polemica. Pavel Tonkov accusò le motostaffette e le ammiraglie delle squadre di avergli impedito di mettere in atto lo sprint che gli avrebbe permesso di vincere: “Mi ero impegnato molto per vincere la tappa e perdere in questo modo ti lascia con l’amaro in bocca”, affermò contrariato il vincitore del Giro d’Italia del 1996.

Jiménez, invece, si mostrò raggiante dopo una delle vittorie più importanti della sua carriera e soprattutto dopo una stagione in cui, fino a quel momento, non aveva ottenuto nessun risultato: “È stata la mia vittoria più grande. Ero in debito con me stesso, con il team e con i tifosi. Avevano messo questa salita pensando a me e non potevo deluderli”. Di fatto, dedicò il successo a Marco Pantani: “Voglio dedicare questa vittoria a Marco Pantani. Sta vivendo momenti difficili e mi piacerebbe incoraggiarlo”. La considerazione nei confronti del proprio idolo e amico non cancellò dall’immaginario collettivo quella che sarebbe potuta essere una grande battaglia, che non ebbe mai il suo grande palcoscenico.

La salita dell'Angliru

La salita dell’AngliruImago


3 – La “montagna crudele” dove si vince, ma soprattutto dove si perde la Vuelta

La fetta di gloria più importante nella prima ascesa all’Angliru andò a José María Jiménez, ma non bisogna dimenticare che questa montagna ha scritto anche tante altre storie di eroismo e dolore, molto dolore. Roberto Heras raggiunse il traguardo nel 2002 sottraendo due importanti risultati a Óscar Sevilla: prima la maglia oro del leader e poi quella del suo stesso team a favore di Aitor González e fu proprio Heras che battezzò il colosso asturiano come la “montagna crudele”.  Sevilla perse ogni possibilità di domare la grande montagna, e fu sempre lì che il suo compagno, soprannominato “Superman”, giocò le sue carte migliori per essere proclamato campione della Vuelta pochi giorni dopo nella cronometro del Santiago Bernabéu.

VIDEO – Benvenuti all’inferno: le scalate mitiche dell’Angliru

Nel mezzo, ci fu anche la salita della Vuelta del 2000 con la vittoria dell’italiano Gilberto Simoni, che due anni dopo definì l’Angliru come “una salita per mountain bike”. Tuttavia, al di là del trionfo dell’italiano su Jan Hruska e della frase pungente e forse un po’ sprezzante, Roberto Heras consolidò la sua vittoria finale su Ángel Casero e Óscar Sevilla. In quell’occasione, i grandi distacchi all’arrivo segnarono l’epilogo finale della corsa, come sarebbe accaduto nelle successive edizioni in cui la gara spagnola avrebbe raggiunto il cielo dell’inferno asturiano.

Dopo sei anni di assenza e dopo l’indigestione iniziale di questa salita, l’Angliru tornò in scena nel 2008. Alberto Contador prese parte a quell’edizione della Vuelta perché l’organizzazione del Tour de France si rifiutò di invitare il team Astana, a causa dei problemi legati al doping. Il ciclista madrileno scolpì il suo nome tra i vincitori di tappa e sulla classifica generale finale: il giorno dopo vinse di nuovo da solo a Fuentes de Invierno, mettendo ulteriormente in difficoltà i suoi principali rivali. Aveva sempre sognato di vincere questa tappa, stava vivendo il migliore momento della sua carriera e in qualche modo doveva riscattarsi per essere stato escluso da un Tour che avrebbe vinto con assoluta certezza. Alberto attaccò a meno di cinque chilometri dal traguardo, proprio nelle curve più dure e affollate di pubblico indiavolato. Alcuni cronisti dell’epoca scrissero che erano stati i suoi quattro chilometri di ascesa più brillanti e accademici.

Alberto Contador ganando en Angliru | Longform Angliru

Alberto Contador ganando en Angliru | Longform AngliruGetty Images

Quella dell’Angliru fu la sua vittoria più importante fino a quando, nel 2012, sconvolse la classifica spodestando Joaquim Rodríguez a Fuente Dé. Lì, tra Riosa e La Gamonal, Contador aveva due conti in sospeso da chiudere: uno riguardava la sua stessa vita, poiché era stato proprio in territorio asturiano che aveva rischiato di morire, a causa di un cavernoma, e poi il conto legato alla rabbia di gioventù per l’esclusione dal Tour de France. Il suo trionfo, il modo in cui lo raggiunse e la prospettiva concessa dal tempo fanno pensare che forse l’Angliru, la Vuelta e lo stesso Alberto debbano ringraziare l’organizzatore del Tour francese per quella polemica decisione, perché fu soprattutto grazie a quell’esclusione che la nuova regina delle vette della Vuelta poté avere il suo più illustre re.

È una salita unica, mitica e importante. Non potevo lasciarmi sfuggire questa occasione” (Alberto Contador)

Un’altra bella storia da raccontare su questa “montagna crudele” è quella del vincitore più vecchio di una grande corsa a tappe. Nel 2013 fu Kenny Elissonde, oggi gregario del Team Sky, a conquistare la vetta, ma l’immagine che fece il giro del mondo fu quella di Chris Horner mentre distribuiva baci a compagni e membri della squadra e festeggiava la sua vittoria finale alla Vuelta con la gioia di un bimbetto, nonostante i suoi 41 anni. Lì, seduto per terra, mentre recuperava le forze e il respiro, senza riuscire a credere ancora del tutto all’impresa appena portata a termine. Ce l’aveva fatta davvero però, dato che non solo aveva sopportato gli attacchi di Vincenzo Nibali lungo le rampe più dure, ma era stato anche capace di segnare la seconda miglior prestazione di sempre, percorrendo la salita in 43 minuti e 6 secondi, poco più di un minuto in più rispetto al record realizzato da Roberto Heras nel 2000.

Chris Horner | Longform Angliru

Chris Horner | Longform AngliruGetty Images


4 – Il debito in sospeso di Chris Froome con l’inferno

Sebbene in molte occasioni le montagne più dure e i dislivelli più assurdi non facciano grandi differenze nella lotta per la classifica generale di una gara, le sei volte in cui l’Angliru ha fatto parte del percorso della Vuelta ne è diventato il principale giudice. Nelle prime edizioni questa tappa era collocata sempre a metà della gara, in quanto si trattava di un esperimento nuovo. Poi un po’ alla volta avanzò, avvicinandosi alle tappe finali, per diventare il gran finale nel 2013 e al tempo stesso la montagna decisiva. Lo stesso scenario in cui si decide tutto o quasi tutto si ripresenterà anche in questa edizione del 2017, una Vuelta che Chris Froome vuole vincere.

Di fatto, la storia tra Chris Froome e l’Angliru iniziò con una sconfitta Vuelta del 2011. Il compito del Kenyano Bianco era quello di appoggiare il compagno Bradley Wiggins, che dovette dire addio alla possibilità di vincere il suo primo Tour a causa di una caduta iniziale. I due inglesi e il loro team non avevano però fatto i conti con un attore assolutamente inatteso: Juanjo Cobo, che si era infiltrato nella loro lotta interna per assestare il colpo decisivo, portandoli alla sconfitta più grande.

VIDEO – L’Angliru: il colosso dove Froome perse la Vuelta nel 2011

Quella sconfitta servì al Team Sky per iniziare a rendersi conto dell’incompatibilità tra Froome e Wiggins all’interno della stessa squadra. Questa intuizione risultò decisiva per il Tour de France, vinto da “Wiggo” un anno più tardi, e la Vuelta del 2011, con l’Angliru, servì loro per non commettere di nuovo gli stessi errori nelle gare successive. In particolare, quello di una leadership condivisa, quello di non fidarsi di nessun rivale, e anche quello di controllare sempre la gara fino alla fine, perché l’attuale quattro volte campione a Parigi perse quella Vuelta per soli 13 secondi. E soprattutto perché non scelse i rapporti adeguati nelle rampe più crudeli. Proprio a questo fece riferimento il primo vincitore, “El Chava” Jiménez, un aspetto che Juanjo Cobo e il suo team curarono scrupolosamente alla vigilia.

Non è una salita così selettiva, se si sceglie il rapporto giusto per affrontarla” (“El Chava” Jiménez)

I meccanici del team Geox-TMC, diretto da Joxean Fernández “Matxin”, lavorarono con estrema cura e dedizione sulla bicicletta di Cobo proprio alla vigilia di questa tappa. “El Bisonte” si era buttato a capofitto nella lotta per la classifica generale diversi giorni prima dell’Angliru. Doveva approfittare dei dubbi interni del team Sky tra Froome e Wiggins, e soprattutto doveva credere nelle sue possibilità. La notte precedente aveva già impostato un rapporto 34×32, quello che userebbe qualsiasi cicloturista per affrontare le percentuali di questa montagna o semplicemente per pedalare con minore logorio. Il rapporto venne sistemato con massima precisione, e fu effettuata anche una limatura speciale di ogni dente per permettere alla catena di scorrere meglio, più facilmente e velocemente a ogni pedalata, con una frequenza maggiore per attaccare i tratti più duri di Les Cabanes o Cueña les Cabres. Mentre alle sue spalle i due inglesi procedevano inchiodati, il ciclista cantabrico pedalava seduto verso la vittoria più importante della sua vita, che appena una settimana dopo gli avrebbe permesso di raggiungere un trionfo mai sognato e nel quale non aveva mai creduto fortemente.

Froome e Wiggins sull'Angliru - Vuelta 2011

Froome e Wiggins sull’Angliru – Vuelta 2011Eurosport

Cobo divenne il leader dell’Angliru strappando la maglia rossa a Bradley Wiggins. Fu così che Chris Froome uscì da quell’inferno come leader proclamato del Team Sky e a pochissimi secondi di distanza dallo spagnolo, ma cosciente del fatto che sarebbe stato molto difficile vincere quella Vuelta a España. A quel tempo, Froome non aveva vinto nessun Tour ed era ancora lontano dal farlo, ma iniziò a comprendere cosa doveva, ma soprattutto cosa non doveva fare per vincerlo. Una riflessione valida ancora oggi dato che, sebbene sia stato campione per ben quattro volte a Parigi, non si stanca mai di ripetere che la Vuelta è la gara che desidera vincere più di tutte. In questa edizione del 2017 potrà rifarsi anche grazie a una lezione ormai imparata, e con molta meno paura dell’Angliru.


5 – Com’è l’Angliru? I numeri che spaventano di più

Una salita di 12,5 chilometri di lunghezza con 1.266 metri di dislivello e una pendenza media del 10,13%. Queste cifre generali fanno dell’Angliru la vetta più dura in un Grande Giro. Sebbene a questa cima sia stata attaccata un’etichetta esigente già prima che la Vuelta la affrontasse per la prima volta, le sei ascese e tutte queste storie di eroi, vincitori e vinti ne possono confermare la durezza selvaggia.

Angliru: i dati salienti alle porte dell'inferno

Angliru: i dati salienti alle porte dell’infernoImago

I primi chilometri di salita, non appena si esce da Riosa, presentano una pendenza dell’8% circa, con picchi che superano ampiamente il 14%. Passato Viapará e il suo intervallo si devono affrontare oltre 6 chilometri al 13,5%, con i tratti infernali di Les Cabanes, un rampa con diverse curve a gomito di 400 metri al 19% e con massime del 22% e, verso la fine, la più mitica e temuta: Cueña les Cabres, dove la pendenza supera il 20% con 300 metri al 22% e tratti che superano il 23%. A questo punto probabilmente la parte più dura è passata, ma la penitenza continua e il dislivello torna a superare il 20% nelle zone di El Aviru e Piedrusines. La tortura giunge al termine quando si arriva in vetta e si avvista la gloria, sempre che la nebbia lo permetta, e quando i ciclisti completano la piccola discesa che porta fino alla linea del traguardo. Lì finisce tutto, a 1.573 metri di altitudine, che sono lontani dall’essere il tetto del ciclismo professionistico, ma che sono diventati famosi in quanto limite della sofferenza estrema.

Tutti sanno che nelle Asturie ci sono vette selettive, abbastanza dure da realizzare una tappa brillante e spettacolare senza arrivare a estremi come l’Angliru” (Chechu Rubiera)

La Vuelta 2017 salirà per la settima volta l’Angliru, una leggenda ancora giovane che vuole incidere un nuovo nome nel suo palmares. Il vincitore di questa ventesima tappa sarà ricordato nell’eternità del ciclismo e il stesso ciclismo sogna che il nome da incidere sia quello di Chris Froome o Alberto Contador. Sia perché così l’inglese finalmente potrebbe saldare il suo conto in sospeso, sia perché Alberto concluderebbe la sua carriera in vetta, quella in cui lasciò la sua impronta per i posteri.

Le pendenze infernali dell'Angliru

Le pendenze infernali dell’AngliruImago

“Qui inizia l’inferno” recita una scritta ancora intatta proprio all’uscita di Viapará, sul percorso che porta a Les Cabanes e la Cueña Les Cabres. È in quel momento che i corridori iniziano ad affrontare l’impossibile, fondendosi tra pendenze dalle percentuali irreali e una fitta nebbia. Gli sguardi si perdono, le biciclette lottano zigzagando contro la forza della gravità e le orecchie fischiano, assordate dalle grida infervorate delle decine di tifosi che affollano ogni metro di questa “montagna crudele”. È qui che, sempre avvolti da un grigio plumbeo, si vince o si perde la Vuelta a España, qui il livello della gara diventa quasi epico e le pendenze leggendarie superano il 20%.

Una Vuelta a España senza l’Angliru è come una maratona di cinque chilometri (Enrique Franco)

Sorgente: Angliru: la montagna sovrumana diventata mito – Vuelta di Spagna 2018 – Ciclismo – Eurosport

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