Gli Azzurri tornano a casa con sette medaglie conquistate tra gli Junior: il serbatoio c’è ed è importante, ma anche nella corsa regina dei professionisti si sono visti dei miglioramenti rispetto al recente passato. C’è ancora tanto lavoro da fare, ma c’è almeno una base da cui partire.

Da Elena Pirrone a Matteo Trentin, è stata una settimana più che intensa per la nazionale azzurra in Norvegia. Sull’aereo di ritorno salgono sette medaglie junior che hanno un peso specifico importantissimo: significano futuro, specificano e danno lustro ad un lavoro giovanile che pian piano sta regalando dei frutti, grazie al ruolo di supervisore di Davide Cassani, grazie a quel fenomeno di ct della nazionale femminile che risponde al nome di Dino Salvoldi, grazie a Rino De Candido che ha ridato vita agli junior azzurri. C’è in atto un percorso di crescita che non va trascurato perché, se la punta dell’iceberg di questo mondiale è il quarto posto di Matteo Trentin, la base è rassicurante e l’avvenire è roseo, sempre che le aspettative ed i risultati dei giovanissimi vengano poi confermati all’aumentare delle categorie.

L’annata del 1999 ha regalato all’Italia un Mondiale ricco di medaglie e di soddisfazioni: la doppietta straordinaria di Elena Pirrone accende i riflettori su una ragazza che, andando forte anche a cronometro, ha margini di crescita impressionanti specialmente nelle gare a tappe. Letizia Paternoster ha concluso la sua stagione meravigliosa con un bronzo che poteva essere anche qualcosa di più: ha corso in difesa della Pirrone per trenta chilometri, pur mostrando una gamba invidiabile, ed ha avuto le forze per prendersi il bronzo nel finale.

I ragazzi di Rino De Candido hanno festeggiato l’argento di Antonio Puppio, il cui lavoro negli ultimi due mesi – e dopo il decimo posto europeo – con Dario Andriotto è stato straordinario. Rastelli e Gazzoli hanno completato l’opera con argento e bronzo nella prova in linea: la terza posizione di Gazzoli assume un valore specifico ancora più importante se si considera il percorso degli ultimi venti giorni del giovane bresciano, che il 27 agosto era fuori dai giochi con una clavicola fratturata, ed ha bruciato le tappe per salire sull’aereo per Bergen. E non è un caso che Ivan Basso ed Alberto Contador lo abbiano già precettato per la nuova formazione Continental Polartec-Kometa.

Sono mancate all’appello principalmente due categorie, per motivazioni diverse. Gli Under 23, orfani della generazione d’oro dei Ganna, Consonni, Ravasi, Moscon, Troia, si sono ritrovati un po’ a corto di alternative, chiamando Vincenzo Albanese come prima punta (che si è giocato male le sue chance attaccando un po’ alla rinfusa), esattamente come si fece a Doha con Jakub Marezcko (che portò in dote un bronzo). La prassi, rivedibile, di tutte le nazionali di andare a pescare giovani professionisti in età da Under 23, altro non fa che inquinare i valori della corsa. Ma è un altro discorso.La nazionale Elite femminile, che puntava molto su Elisa Longo Borghini nella prova in linea, ha dovuto fare i conti con una maxi caduta (provocata da un’atleta belga) che ha coinvolto Elisa Balsamo, Elena Cecchini e la stessa Elisa Longo Borghini. La rimonta ha inevitabilmente sfibrato le azzurre, che hanno centrato il decimo posto della Cecchini come miglior piazzamento. Caduta a parte, sarebbe stato comunque difficile contrastare lo strapotere olandese, specialmente nel finale: le donne colorate d’arancio hanno portato tre possibili vincitrici nell’ultima fuga vincente, e hanno vinto con Blaak.

I 267 chilometri dominati allo sprint da Peter Sagan hanno sì incoronato lo slovacco, ma hanno anche messo in luce un’Italia che sta tornando protagonista. Sarebbe facile, in questo caso, bollare il quarto posto di Matteo Trentin come ennesimo fallimento di una nazionale che non va a medaglia dal 2008. Eppure lo sport, e con esso anche il ciclismo, vive di cicli e di fronte a Sagan c’è poco da fare. La tattica di gara degli Azzurri è stata pressoché perfetta: hanno preso la fuga con Alessandro De Marchi, hanno coperto ogni buco con Diego Ulissi ed Alberto Bettiol (commovente il suo lavoro), hanno (avevano) imbroccato la fuga giusta con Moscon e nel finale in volata si sono giocati le proprie carte con Matteo Trentin, eletto sprinter di giornata a due giri dal termine, con Elia Viviani in preda ai crampi. Più di così era difficile fare.Si poteva attaccare prima? Si poteva fare corsa dura? Sì e no, ma vanno considerati alcuni fattori: assumersi la responsabilità di fare corsa dura, attacc

Sorgente: Dall’exploit di Elena Pirrone al quarto posto di Trentin, il Mondiale di Bergen promuove l’Italia – Mondiali Bergen 2017 – Ciclismo – Eurosport

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