E alla fine venne il “Giorno del Kurdistan”. Tra Stati falliti e califfati in rotta, in Medio Oriente sta per nascere, unilateralmente, uno Stato “indesiderato: lo Stato del Kurdistan iracheno. I Curdi: soli contro (quasi) tutti. Perché l’indipendenza proclamata oggi a seguito del referendum popolare ha messo d’accordo Paesi che sono in disaccordo su tutto: Turchia, Arabia Saudita, Siria, Iran.Il referendum sull’indipendenza del 25 settembre è per la gente del Kurdistan un “passo verso un futuro migliore”. A sostenerlo è il ministro degli Esteri curdo, Falah Mustafa, da poco rientrato da New York dove ha partecipato ai lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu. “Il 25 settembre è per i cittadini curdi un’opportunità per esprimere la loro volontà e la loro visione per il futuro”, dichiara il capo della diplomazia di Erbil, secondo il quale la vittoria dei “Sì” dà alla leadership curda “un mandato per negoziare con Baghdad e stabilire una partnership dopo la separazione”, in quanto in questi anni curdi e iracheni “non sono riusciti a essere buoni partner stando nello stesso Paese”.Sono 12.072 i seggi a cui sono chiamati i 5,3 milioni di elettori registrati, sparsi in tre province del Kurdistan autonomo, tra cui turcomanni, assiri e arabi. Si vota anche nella regione contesa di Kirkuk, ricca di petrolio e in parte controllata dalle milizie curdo-irachene. Si vota anche in altre zone contese, come alcuni distretti di Ninive, di cui Mosul è capoluogo, e altri della regione orientale di Diyala, confinante con l’Iran. I risultati saranno resi noti martedì.A monitorare lo svolgimento delle operazioni di voto sono 136 team di osservatori e 35 osservatori individuali, come ha confermato la portavoce della commissione elettorale, Sherwan Zrar. Inoltre i primi curdi residenti all’estero hanno già cominciato a votare nella giornata di ieri: “Le operazioni si svolgono online e proseguiranno per tre giorni”, ha chiarito la stessa Zrar. “Come ogni altra Nazione indipendente, il popolo del Kurdistan aspetta con ansia il giorno in cui dichiarerà la propria indipendenza”, prosegue Mustafa che evidenzia come il voto di lunedì sia il risultato dell'”isolamento” in cui il governo di Baghdad ha spinto la regione autonoma. “Il referendum è una richiesta nazionale del popolo del Kurdistan, non una richiesta politica – aggiunge Mustafa – Questo rappresenta un’opportunità di dialogo e di comunicazione con Baghdad, che può￲ diventare partner a lungo termine per la pace e la stabilità nella regione”.Voluto dal presidente della regione autonoma curda Massoud Barzani e promosso dal suo Pdk (il Partito Democratico del Kurdistan), la consultazione popolare in realtà non è appoggiata da tutte le forze politiche. Non piace in particolare all’Unione patriottica del Kurdistan (Puk) che nelle ultime settimane non si è certo spesa per la mobilitazione degli elettori. Il problema non è l’idea in sè dell’indipendenza, che raccoglie un trasversale favore, ma lo stesso Barzani. Secondo molti analisti il vero obiettivo del presidente è infatti rafforzare il suo potere e tentare di strappare un ulteriore mandato. Cogliendo allo stesso tempo la congiuntura favorevole per rivendicare la causa del “popolo senza uno Stato”, i cui combattenti sono stati – e in Siria continuano ad essere – cruciali nella guerra alll’Isis, Barzani, presidente del Kurdistan dal 2005, ha già ottenuto due proroghe dell suo mandato, scaduto oltre quattro anni fa e i suoi oppositori dichiarano illegale la sua permanenza alla guida della regione autonoma. Il primo novembre, sempre su decisione di Barzani, si terranno nuove elezioni presidenziali.Ma lo Stato curdo ha molti nemici. Ankara, in primis. Sabato il Parlamento turco ha esteso di un altro anno le missioni militari in Iraq – dove Ankara ha una base militare a Bshiqa per l’addestramento di una milizia locale che ha partecipato anche alle operazioni per la liberazione di Mosul – ed in Siria, dove negli ultimi giorni il filo-turco FSA (Free Syrian Army) ha creato una nuova costola per “liberare” Deir Ezzor. Le Forze Armate turche da giorni stanno anche conducendo delle manovre militari al confine con l’Iraq con oltre 100 tra carri e semoventi di artiglieria. Subito dopo l’apertura dei seggi, la Turchia ha rafforzato i controlli al valico di frontiera di Habur con il nord Iraq. Si tratta della prima delle reazioni ripetutamente minacciate da Ankara. Il confine resta “al momento” aperto, ha precisato il ministro per le Dogane, Bulent Tufekci. In una nota, la Turchia ribadisce inoltre di non riconoscere la consultazione, invitando la comunità internazionale a fare altrettanto. L’esercito turco è schierato al confine con il nord Iraq, pronto a intraprendere i “passi necessari”, avverte il presidente Recep Tayyip Erdogan. “Potremmo entrare (in Iraq) improvvisamente di notte – ammonisce Erdogan -. Come abbiamo liberato Jarablus, al-Rai e al-Bab da Daesh in Siria, se ce ne sarà bisogno non ci tireremo indietro da compiere passi simili

Sorgente: Il giorno del Kurdistan, nascita unilaterale di uno Stato indesiderato