“Governeremo insieme, ma non deporremo le armi. Un popolo sotto occupazione ha diritto a resistere e Hamas è parte della resistenza palestinese. Governare non significa arrendersi”. A parlare, in un’intervista esclusiva concessa all’HuffPost, è l’uomo che ha negoziato al Cairo l’accordo tra Hamas Fatah che ha permesso il rientro dell’Autorità nazionale palestinese a Gaza: Ismail Hanyeh, 54 anni, capo dell’Ufficio politico di Hamas, ex primo ministro, esponente dell”ala pragmatica” del movimento islamico. Quanto al ruolo decisivo avuto dall’Egitto nell’accordo tra Hamas e Fatah, Haniyeh puntualizza: “È vero, l’Egitto ha mediato l’intesa, ma questo non vuol dire, per Hamas, che la causa palestinese sia stata ‘appaltata’ all’esterno. Il nostro obiettivo è la liberazione della Palestina e la nascita di uno Stato palestinese e chiunque sostenga questa causa è benvenuto”.In questa fase, il ruolo di Haniyeh è ancora più cruciale, sia sul versante esterno – i rapporti con l’Egitto di al-Sisi e l’Anp di Abu Mazen – sia su quello interno, dove è chiamato a fare da ponte tra l’ala radicale di Hamas, quella che fa capo a Yahyah Sinwar, uno dei fondatori delle Brigate Ezzedin al-Qassam (il braccio militare del movimento) e all’ex ministro degli Esteri Mahmoud al-Zahar, e quella più politica, alla quale si deve l’approvazione del nuovo “Statuto” di Hamas che, nel suo punto centrale, prevede l’accettazione di uno Stato palestinese solo nei territori occupati di Gaza e Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est), senza per￲ riconoscere formalmente l’esistenza d’Israele e la rinuncia alla lotta armata.C’è chi sostiene che l’accordo di riconciliazione con Fatah e lo scioglimento del Comitato amministrativo a Gaza rappresenti una sconfitta per Hamas e un successo della linea dura del presidente Abu Mazen.”Già in passato si è inteso scambiare la disponibilità di Hamas a una ricomposizione del campo palestinese come un segno di resa, come un cedimento. La storia ha fatto giustizia di queste illusioni. Hamas sostiene l’unità della resistenza palestinese ed è una linea che non contrasta con l’intesa negoziata in Egitto. Governare insieme non vuol dire rinunciare a quello che rimane l’obiettivo strategico della resistenza: la liberazione della Palestina e la nascita di uno Stato palestinese. Possiamo discutere gli strumenti, la tattica, ma non l’obiettivo finale. Quello non è negoziabile. Quanto alla resistenza, non abbiamo mai detto o pensato che essa sia una prerogativa di Hamas. I martiri e i prigionieri nelle carceri israeliane non vengono solo dalle nostre fila. Lo ribadisco: con Fatah così come con le altre organizzazioni siamo pronti a discutere una strategia di resistenza e ad attenerci alle decisioni prese insieme. È possibile creare un comando unificato…”.Insisto su questo punto. La resistenza a cui lei fa riferimento è una resistenza armata. Ma se l’Anp è l’embrione di uno Stato in formazione non spetterebbe a essa il monopolio della forza?”Lei parla come se fossimo in Europa, come se il popolo palestinese non fosse da cinquant’anni sotto occupazione e prima ancora scacciato a forza dai propri villaggi, dalle proprie case, come se da oltre dieci anni Gaza non fosse assediata e in Cisgiordania Israele non portasse avanti l’odiosa politica di colonizzazione. Ma non voglio sfuggire al merito della sua domanda. Vi sono le armi delle forze di sicurezza, della polizia, e le decisioni che riguardano questo tipo di armi sono del governo e Hamas si rimetterà, anche a Gaza, a queste decisioni. Altra cosa è l’arma della resistenza: la stessa Convenzione di Ginevra contempla il diritto alla resistenza armata per un popolo sotto occupazione. E finché durerà l’occupazione israeliana, quelle armi non verranno deposte”.La situazione nella Striscia di Gaza si fa sempre più drammatica: luce razionata, manca l’acqua potabile, povertà e disoccupazione. Da dieci anni, nella Striscia governa Hamas. Non vi sentite responsabili?”Nel gennaio 2006, Hamas partecip￲ò alle elezioni legislative nei Territori, elezioni libere, come fu testimoniato dalle centinaia di osservatori internazionali (guidati da Jimmy Carter, ndr) presenti in quell’occasione. Hamas partecip￲ò e vinse. La reazione di Israele fu l’assedio a Gaza, l’embargo totale, una linea che fu seguita dall’Europa e dagli Usa. Il messaggio che fu fatto passare è indegno di chi si va vanto dei principi democratici: avete votato Hamas, lo avete fatto senza coercizione, e allora meritate di essere puniti! Sfido chiunque a migliorare le condizioni di vita della gente in simili condizioni. Gaza è stata attaccata tre volte dall’esercito israeliano, l’ultima tre estati fa: hanno distrutto il 50% delle abitazioni, raso al suolo scuole, impedito la ricostruzione, inflitto punizioni collettive alla popolazione civile che rappresentano crimini di guerra, impedito con la forza l’arrivo a Gaza di aiuti umanitari. Non siamo perfetti, abbiamo commesso errori, ma la sostanza non cambia: senza la fine dell’a

Sorgente: Ismail Haniyeh, leader di Hamas, all’Huffpost: “Governeremo insieme, ma non deporremo le armi”