Quando sei anni fa alcuni commentatori, imprenditori e politici italiani – ricordo Massimo Mucchetti, Carlo De Benedetti, Francesco Boccia e Stefano Graziano – segnalarono l’urgenza di verificare come le aziende globali digitali venivano tassate nei paesi dell’Unione Europea, la risposta prevalente fu un formidabile “buuuh!”. Da Matteo Renzi ai pasdaran teleguidati dalla Casaleggio associati, fu un coro d’insulti: passatisti, sabotatori della crescita felice via web, malati di tassatite acuta, provinciali senza visione. Lo stesso era accaduto nel 2010 quando la Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg) chiese all’Antitrust d’intervenire sull’abuso di posizione dominante da parte di Google nel trattamento dei contenuti giornalistici indicizzati dal motore di ricerca.Tacciono tutti, adesso che da Bruxelles la Commissione s’è messa a multare a raffica, senza più timori reverenziali, Google, Apple e Amazon proprio per le elusioni fiscali di cui si sarebbero resi responsabili per anni, tra il plauso generale e con la complicità di alcuni paesi, e per le infrazioni delle regole sulla concorrenza.L’ultima azione è di ieri. La commissaria Margrethe Vestager l’ha annunciata con un tweet definitivo: “I vantaggi fiscali di cui gode @amazon in Lussemburgo sono illegali secondo le regole comunitarie sugli aiuti di Stato. Amazon deve restituire circa 250 milioni per risarcire tali vantaggi”.Il meccanismo per pagare meno tasse adottato dall’azienda di ecommerce fondata da Jeff Bezos è lo stesso già sanzionato dall’Unione a fine agosto 2016 a carico di Apple. Funziona così: i ricavi delle vendite effettuate in Europa sono convogliati dove il regime fiscale è più favorevole, così da non versare le tasse negli altri paesi comunitari. L’obiettivo di Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Cipro è attirare gli investimenti delle multinazionali. Apple, che ha seimila dipendenti in Irlanda, chiuse accordi ulteriormente migliorativi con il governo locale, accusato ora di aver dato aiuti di Stato illegali: le tasse non pagate tra il 2003 e il 2014 – e da restituire – vanno calcolate intorno ai 13 miliardi di euro. Sia Apple che Dublino (che vuole evitare che Tim Cook, capo supremo dell’azienda di Cupertino, trasferisca altrove i propri quartieri generali) hanno fatto ricorso. È probabile che presto l’Unione avvii una procedura di infrazione contro l’Irlanda, che per ora non ha voluto riscuotere i 13 miliardi di euro che Apple le deve.La riscossa legale e fiscale di Bruxelles nei confronti degli Over the Top “è appena cominciata”, come ha scritto il mese scorso il Washington Post. Google ha presentato meno di un mese fa ricorso contro la multa da 2,4 miliardi di euro che la Commissione le ha comminato per l’abuso di posizione dominante perpetrato per anni attraverso il servizio di comparazione prezzi Shopping. Il motore di ricerca ha annunciato la scorsa settimana che Google Shopping s’è trasformata in una società autonoma: d’ora in poi i suoi “consigli per gli acquisti” saranno trattati, nelle pagine di risposta, come quelli di qualsiasi altra azienda del settore. Attenzione: non è stata una scelta di trasparenza ma dettata dalla necessità, visto che a partire dal 28 settembre Google avrebbe dovuto pagare salatissime multe quotidiane nel caso non avesse cambiato la natura del servizio. Anche su Facebook sentiremo presto notizie “bruxellesi”.Pur nel grave ritardo con il quale la Commissione Europea è intervenuta su queste materie, come avevo scritto in giugno, la sensazione è che alcuni rimedi si possano finalmente mettere in atto. Di natura, più che sanzionatoria, di metodo. Che servano a far capire che la rete non è più il Far West in cui abbiamo vissuto per decenni. I comportamenti etici devono essere anzitutto dei generali, che sono i più grandi, i più forti, i più ammirati. Oltre che i più ricchi. La fanteria seguirà.

Sorgente: Multa ad Amazon, adesso la Ue fa sul serio