“La pace assoluta è un obiettivo irraggiungibile, ma dobbiamo continuare a perseguirlo”. Con queste parole Aung San Su Kyi ritirava nel 2012, ventuno anni dopo che le era stato conferito, il premio Nobel per la pace. Oggi, all’indomani della dura condanna delle Nazioni Unite per aver negato ancora una volta l’accesso a una missione umanitaria a sostegno della popolazione perseguitata dei Rohingya e a una squadra di osservatori, le sue affermazioni appaiono prive di significato.Salendo sul palco per ricevere il prestigioso riconoscimento assegnato dal Comitato per il Nobel della Norvegia, la leader dell’opposizione birmana costretta a lunghi anni di prigionia dalla ex giunta militare del Myanmar sapeva che non sarebbe stato facile portare avanti il processo di riconciliazione nel Paese. E tutti coloro che in lei vedevano non solo una paladina dei diritti umani, ma una guida per il suo popolo verso un futuro democratico erano pieni di speranza.Volevamo a tutti i costi credere a una transizione che sapevamo sarebbe stata difficile e avevamo colto con grande entusiasmo i primi segnali del processo di democratizzazione.L’identificazione di una donna con il suo popolo, non solo come concetto astratto o di principio ma anche come l’emozione incarnata in un’intera collettività, nella sua storia e nel suo bisogno di realtà democratica, era compiuta.Aung San Suu Kyi viveva la democrazia nella sua radicalità come scelta esigente, fatta di concentrazione e non di dissipazione, di silenzio e di ascolto. Per questo la sua voce era così forte e ascoltata.L’avevamo elevato a esempio anche per le democrazie occidentali, affaticate e indebolite, pur consapevoli che ci trovassimo solo di fronte a un primo passo e che la situazione fosse complicata e non priva di rischi.Abbiamo atteso con trepidazione e speranza l’attuazione delle prime riforme. E dei cambiamenti tangibili sono arrivati. La piena attuazione degli accordi per il cessate il fuoco e un’amnistia presidenziale per il rilascio di numerosi prigionieri politici furono la conferma degli sforzi autorevoli intrapresi verso la tutela dei diritti dell’uomo dal nuovo governo.Sono poi seguiti i progressi umanitari riconosciuti anche dalle Nazioni Unite, la deframmentazione di un tessuto sociale estremamente eterogeneo e le commissioni di inchiesta autorizzate dal Governo sui responsabili di crimini di guerra durante i 70 anni di conflitto nel Paese.Ma di fronte alla questione Rohingya il nuovo corso nulla ha potuto. E la ”Lady’, come viene denominata la San Su Kyi negli ambienti diplomatici internazionali, ha deciso di tacere. Di non forzare. Semplicemente di ignorare. Ed è stato questo che ha indignato molti dei suoi estimatori che davanti ad un premio Nobel per la Pace incapace di gestire e condannare la violenta repressione di una minoranza discriminata e perseguitata da decenni nel proprio Paese, hanno provato una profonda delusione.Il drone sorvola il campo profughi dei RohingyaLe recenti notizie di cronaca non sono altro che l’apice di una serie di crimini perpetrati in un conflitto rimasto finora a bassa intensità ma con un impatto devastante: sono oltre 600mila i profughi costretti a fuggire solo nell’ultimo mese e mezzo. Eppure c’è chi ancora si aspetta dalla paladina dei diritti birmani un segnale. Dopo che tanto ha fatto sognare, resistendo per quasi due decenni agli arresti domiciliari, non si può accettare che voglia perseguire l’ignominia dell’indifferenza, indossare gli abiti del carnefice e continuare a essere complice della principale emergenza umanitaria del Sud-est asiatico.Ma bisogna guardare alla realtà dei fatti. La presidente del Myanmar poco o nulla può di fronte a una situazione tanto complessa. La Costituzione, nonostante la forza del governo eletto democraticamente nel 2015, riconosce ai militari un peso determinante: controllano tre ministeri strategici come quello degli Interni, delle frontiere e della difesa. Tutto ciò che riguarda la pubblica sicurezza, con o senza il placet dell’esecutivo, è di loro pertinenza.Nonostante questa possibile giustificazione, l’indignazione per la violenza atroce contro civili inermi perseguitati per la loro etnia e credo religioso, musulmani in un paese buddista, sovrasta, annulla, ogni barlume di razionalità e il sentimento per Lady. Anche se la consapevolezza della sua storia, i 15 anni di arresti domiciliari, il meritato premio Nobel per la pace, fanno ancora sperare in un sussulto di dignità.

Sorgente: Anche l’Onu condanna Aung San Su Kyi. Ma la Lady non ha scelta