Non avevo neanche 14 anni ed ero una specie di ranocchietto con l’apparecchio ai denti, un naso che sembrava un comodino, due gambe ossute che mi arrivavano alle orecchie ed ero piatta come una tavola da surf. Un giorno, ero andata a trovare mia cugina che abitava in un paese arrampicato su un greppo della Romagna, dove i miei genitori mi “costringevano” a trascorrere circa una settimana ogni estate.Insomma in questo micropaese rannicchiato su un cucuzzolo c’era un ragazzino che per me era bellissimo (a malapena ne ricordo la faccia oggi, trent’anni dopo) che quel giorno decise di fare me, il ranocchio, l’oggetto delle sue attenzioni. “Uau”, dissi a mia cugina, perché la prima a essere incredula di tutte quelle attenzioni ero proprio io. Lei mi diede corda, complice un po’ “bastarda” di quello che era uno scherzo cattivo, fatto al solo scopo di umiliarmi e sentirmi dire secco sul muso dal ragazzino carino: “Ma non ti vedi? Sei troppo brutta per me”.Ero stata il passatempo, per un intero pomeriggio di un gruppo di idioti, che si erano divertiti a vedere l’illusione dell’interesse nei miei occhi. Oggi, trent’anni dopo, l’umiliazione di quel giorno me la ricordo ancora con il bruciore di una strisciata di medusa sull’anima.Perché no, quando ti umiliano per il tuo aspetto, quando ti dicono che sei brutta, troppo grassa, troppo magra, quando ti dicono che sei un “cesso”, puoi anche inalberare una risposta dignitosa, ma il male che ti fa quell’umiliazione, quell’essere stata punita per il tuo aspetto, non lo dimentichi più.Oggi c’è il “Pull a pig”, un gioco in cui un gruppo di maschi fa a gara a chi si porta a letto la ragazza più brutta incontrata durante una serata. Scopo del gioco, oltre a rimediare una tacca sulla testiera dello stesso letto, è umiliare la vittima, la bruttina della situazione che nella mente dei poveri decerebrati che la prendono in mezzo merita quello che le fanno perché è brutta.E allora fermi tutti, perché se ho poca fiducia di recuperare al buonsenso le teste vuote che giocano al “Pull a pig”, quello che ho a cuore è parlare a tutte le Sophie di questo mondo (Sophie è una ragazza inglese che ha raccontato la sua brutta esperienza di vittima del gioco, ndr).Ragazze: ho trascorso tre quarti della mia adolescenza a fare a botte con gli specchi e a ingoiare lacrime di umiliazione per la faccia che avevo e che ancora ho. Ho pianto interi pomeriggi guardando le foto di donne bellissime, quelle degli anni ’90, urlando a mia madre che mi aveva fatta talmente brutta che mai, mai nessuno mi avrebbe voluta con sé. Ho trascorso serate estive in delle compagnie in cui accettavo di essere sfottuta per il mio aspetto pur di non venire isolata. Ho accettato di tutto e ingoiato così tanta amarezza e frustrazione che pensavo di non poter riconoscere la dolcezza.C’è poco da fare, ragazze: bella (di quella bellezza perfetta che rapisce gli occhi) ci si nasce, non ci si diventa. Vittime no, si può sempre scegliere di ribellarsi a questo ruolo che qualcuno ci impone. Perché, è vero, possiamo anche non essere belle, ma possiamo essere tutto quello che vogliamo.Guai a pensare che meritiamo di essere vittime perché non siamo belle in senso assoluto.Perché, ed è questa la cosa più importante, non è la bellezza a definirci come esseri umani, non è la bellezza ad assicurarci una vita felice. Non è il giudizio di un ragazzino o di un uomo sulla nostra faccia o sulle nostre chiappe a determinare il corso della nostra vita. Siamo noi e solo noi a deciderlo. Essere vittime di un gioco crudele come il “Pull a pig” non è una colpa, non è una vergogna, è il segnale che dobbiamo saper cogliere per rimboccarci le maniche e decidere cosa vogliamo essere dal giorno dopo.Che non importa, davvero non importa, se fino a quello prima siamo stati gli anatroccoli osceni della compagnia, se abbiamo accettato di tutto pur di non venire escluse, se abbiamo finto di ridere alle cattiverie che ci venivano fatte (perché, lo sappiamo bene, se si mostra dolore per quello che ci viene detto o fatto è anche peggio).Non importa. La vita ci offre infinite possibilità di essere felici con o senza il patrimonio genetico di Cindy Crawford o Bella Hadid. Io la mia l’ho presa un giorno che avevo 18 anni e ho girato le spalle a tutto quello che mi aveva dilaniato il cuore. Sono salita su un treno per andare in una città dove nessuno mi conosceva e dove non conoscevo nessuno e ricominciare da zero a costruirmi una identità che fosse quella della donna che volevo essere. Una che non si piega e che il suo naso se lo porta in giro con la sfrontatezza di una parigina. Una che va in giro struccata 6 giorni su 7 e che nella vita ha imparato a conquistarsi la felicità con la faccia che aveva.

Sorgente: Alle ragazze vittime di “Pull a pig” dico: ci sono passata e ribellarsi si può