Non sono uno psicologo, neppure un sociologo. Non ho le competenze scientifiche minime per poter giudicare la vicenda che ha riguardato gli abusi commessi dal produttore cinematografico Harvey Weinstein su giovani attrici o aspiranti attrici (oltre trenta già denunciati in circa trent’anni). Né ovviamente sono un giudice, il quale avrà il dovere di chiarire – nei processi che si apriranno – le fattispecie, giungendo alle conclusioni più giuste.Mi interessa da cittadino, da uomo, da uomo politico però una riflessione (della cui parzialità e genericità mi scuso in premessa) che prenda questo episodio a pretesto, come caso estremo e al contempo paradigma di una realtà diffusa.Il caso è estremo perché non tutti gli uomini sono potentissimi produttori cinematografici e non tutti, per fortuna, sono affetti da disturbi, dipendenze e ossessioni sessuali.Ma il caso è – purtroppo – lo specchio di una condizione diffusa, cronica, che ha evidentemente a che fare con il rapporto tra il maschile e il femminile. Forse, con il rapporto tra il maschile e il femminile dentro questo sistema economico, sociale, questo sistema di regole e questo insieme di istituti culturali.Allora alcuni spunti.Il primo: trovo indecente, immorale, intollerabile il giudizio (maschile, ma spesso anche femminile, per una sorta di sindrome di Stoccolma di massa) di chi pretende di giudicare le donne vittime di violenza e di abusi, a qualsiasi livello. Non c’è nulla – nulla, mai – che possa giustificare il violento, il molestatore, colui che utilizza il proprio potere, la propria posizione, finanche soltanto la propria fisicità, per imporre ad altri e senza il loro consenso la propria sessualità. Che si tratti di stupri o di altre forme di violenza, incolpare le vittime – a qualunque livello – significa deresponsabilizzare il colpevole e minimizzare il suo reato.Il secondo: nei rapporti interpersonali il potere (ce lo insegna una letteratura, soprattutto novecentesca, sterminata) agisce sempre. Persone consapevoli e intelligenti che ne sono avvertite riescono persino a costruire simmetrie ed equilibri virtuosi, anche all’interno di una coppia o di una relazione binaria. Ma il fatto che tutti i rapporti siano in un certo senso rapporti di potere, e che tutte le relazioni implichino il potere, aggrava e non alleggerisce la responsabilità di chi lo esercita con il deliberato intento di trarre godimento dalla violazione della dignità dell’altro (e l’abuso è sempre una violazione della dignità dell’altro).Il terzo: evidentemente in una società fondata sul consumo e su differenziali indecenti di potere e di possesso (di denaro, di forza, di condizione sociale, di consapevolezza culturale) un dato di fondo astorico – il conflitto, la contraddizione dinamica tra maschile e femminile – acquisisce tratti parossistici, laceranti e drammatici. Non è ideologia spicciola pensare che progredire verso una società che rimetta al centro l’umano, la solidità delle relazioni, l’educazione sentimentale e affettiva; e lavorare per una società più equa dal punto di vista della distribuzione delle risorse economiche, delle opportunità, dei livelli diffusi di istruzione e consapevolezza, possa aiutare a ridurre drasticamente – certo senza automatismi meccanici – il fenomeno della violenza del potere maschile contro le donne.La quarta, e ultima: tutto questo è politica, perché la politica è chiamata a offrire risposte, modelli di comportamento, riflessioni impegnative che si confrontino con la storia e i processi reali.E allora questi sono i miei two cents: essere gentili, sempre, mai giudicanti, mai superficiali, mai supponenti, quando ci imbattiamo nelle Asia Argento che popolano la nostra vita. Perché se pensiamo di avere un podio da cui giudicare è perché abbiamo un potere (di ricatto o di commento, poco importa) che deriva da una guerra quotidiana combattuta da sempre dagli uomini contro le donne. Un podio che andrebbe distrutto.Lavorare sulla cultura, sull’immaginario, sul senso comune. Insegnando nelle scuole e in ogni centro di formazione (compresi gli oratori, le Chiese!) che si è uomini se si vive rispettando e non umiliando, custodendo gratuitamente e non comprando con disprezzo la meraviglia del rapporto con l’altro sesso. Perché la differenza può essere ricchezza, valore complementare e non soltanto istinto di dominio, di sopraffazione e di gerarchia.Infine, agire sul reale e nel reale, con politiche che riducano le differenze di classe, le differenze salariali tra donne e uomini, che tutelino chi denuncia, chi si ribella, che diano gli strumenti della cultura, della capacità critica e della consapevolezza a tutti e tutte.Non ho la pretesa di sapere che un modo di produzione diverso da questo annulli d’incanto tutte le violenze e tutti gli abusi. Pratico però il dubbio. E coltivo la speranza che avvicinarsi a quella rivoluzione sarebbe già una meravigliosa rivoluzione.

Sorgente: L’Harvey Weinstein dentro di noi (e dentro il capitalismo)

Leave a Reply

Your email address will not be published.