Un conto è parlare di autonomie, un altro di residuo fiscale perché questo “potrebbe portare a una deriva catalana” sostiene il ministro Martina. Il nodo politico del referendum di domenica 22 ottobre per le autonomie di Lombardia e Veneto, quello del residuo fiscale, per il ministro non deve essere “materia di trattativa”. Per i due governatori che hanno promosso i quesiti, ovvero i leghisti Roberto Maroni (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto), è invece un punto cruciale: la differenza tra quanto un territorio versa in tasse e tributi allo Stato centrale (Roma) e quanto ne riceve indietro in servizi non può non far parte del “referendum a cui sono chiamati in cittadini”. La questione del residuo è infatti al centro da giorni della campagne referendarie di entrambi le regioni che in attesa di domenica hanno già fatto i conti: per la Lombardia l’indice è calcolato in 52 miliardi di euro (56 secondo le ultime stime della Regione), per il Veneto in 15. E per questo chiedono maggiore autonomia in termini di competenze e funzioni.Ma Martina avverte che parlando di residuo fiscale si rischia di scivolare in una deriva simile a quella della Catalogna. “Se uno pone la questione del residuo fiscale, sostanzialmente si avvia verso una versione quasi secessionista. Penso che abbiamo bisogno di tutto fuorché di una deriva catalana” dice il vice-segretario del Pd sottolineando che “non è materia” di trattativa, semmai “l’ambito sono le materie concorrenti che possono eventualmente essere delegate in toto alle Regioni, con perimetri circoscritti”.”Si è persa una grossa occasione, con la propaganda voluta in queste settimane dalla Lega – continua Martina -. Basta vedere anche questi ultimi minuti di campagna referendaria, che sono stati giocati mischiando ancora le carte sul tavolo, non discutendo effettivamente di federalismo differenziato sulla base di quello che si può fare ma provando ad aggiungere altri titoli di propaganda”.Secondo Martina, “questo del residuo fiscale è l’emblema della propaganda maldestra della Lega sui referendum. Discutere di residuo fiscale è un bluff – ha sottolineato , anche perché se la partita fosse davvero questa saremmo in un altro scenario”. Il punto per l’uomo dell’esecutivo è che “mischiare le carte in tavola e cercare di attirare l’attenzione sul referendum, perché si è in difficoltà e per come lo si è gestito, mi sembra un danno alla Lombardia e al buon federalismo, quello vero”. Martina precisa che “non è materia, il tema è questo: o uno discute di residuo fiscale, e allora sta ponendo un gigantesco tema che non ha però a che vedere col federalismo differenziato ma con il rapporto di coesione nazionale, e quindi bisogna avere il coraggio di dire che ci si avvia ancora una volta verso il tornante secessionista; oppure, se si vuole discutere di federalismo differenziato, l’ambito di riferimento sono le materie concorrenti che possono eventualmente essere delegate in toto alle Regioni, con perimetri circoscritti e senza discutere di fiscalità. Delle due l’una”.Eppure in mattinata Maroni aveva ribadito di voler chiedere attraverso il referendum “tutte le materie previste dall’articolo 117” della Costituzione, puntando anche a ottenere “almeno il 50% del residuo fiscale, ovvero 27 miliardi di euro” all’anno. Il governatore ha spiegato di voler far riconoscere alla Lombardia uno status intermedio fra la Regione a Statuto speciale, per cui vorrebbe una modifica della Costituzione, e la Regione ordinaria. “Vogliamo essere una Regione speciale” ha detto dopo aver fissato la soglia dell’affluenza minima al 34%.A modo suo, Martina replica a distanza osservando che aver fissato l’obiettivo minimo del 34% di affluenza “pare già il tentativo di Maroni di anticipare una clamorosa sconfitta. Si è partiti con la logica del plebiscito – ha aggiunto -. Si arriva ora a discutere del 34, dimenticandosi che al referendum sulla devolution andarono circa il 60% dei lombardi e quasi il 40% a quello sul Titolo V. Ancora qualche giorno, Maroni ci dirà che l’asticella è al 20% e che è un grande risultato”.

Sorgente: Referendum su Lombardia e Veneto: “Così si rischia una deriva catalana”