Un eventuale verdetto favorevole al rimborso integrale della mancata rivalutazione delle pensioni degli anni 2012-2013 potrebbe costare alle casse dello Stato ben oltre i 20 miliardi di euro, addirittura fino a 30. Il verdetto della Consulta sul parziale risarcimento attribuito ai pensionati dal decreto Poletti del 2015 slitta a oggi e dovrebbe condurre alla bocciatura dei ricorsi e alla salvaguardia dei conti pubblici. Ma la vigilia è stata animata ugualmente dal duello tra gli avvocati dei due schieramenti. E il legale dell’Inps ha citato, non a caso, il conto delle vecchie pensioni baby, che raggiunge la stratosferica cifra di 150 miliardi fino al 2012. Un argomento per sostenere come il sistema previdenziale italiano sia stato fin troppo generoso in passato, senza connessione con le entrate. Pensioni, cosa cambia con la manovra finanziaria 2018Al centro della contesa la vicenda originata dal blocco, deciso dal governo Monti, dell’adeguamento per il 2012-2013 dei trattamenti di importo mensile superiore di tre volte al minimo Inps (1.450 euro lordi). La norma è stata dichiarata incostituzionale nella primavera del 2015 proprio dai giudici costituzionali. Ma per evitare un possibile buco stimato 20-24 miliardi di euro, il governo Renzi varò un decreto legge con la previsione di un rimborso solo parziale (il cosiddetto bonus Poletti) della mancata rivalutazione: il 40% per gli assegni tra 3 e 4 volte il minimo, il 20% per quelli tra 4 e 5 volte e il 10% per quelli tra il 5 e 6 volte, zero euro per gli assegni oltre 6 volte il minimo. Contro questo provvedimento si sono moltiplicati nel tempo i nuovi ricorsi alla Consulta. E ieri è stata la volta di difesa e accusa. Il decreto col bonus Poletti, ha sostenuto l’avvocato Riccardo Troiano, «non ha rispettato la sentenza della Corte Costituzionale del 2015» sulla stessa materia «o lo ha fatto solo formalmente: sono circa 6 milioni i pensionati colpiti dal provvedimento». «La Corte Costituzionale – ha aggiunto un altro legale, l’avvocato Corrado Scivoletto – ha detto che provvedimenti di questa natura devono essere eccezionali, e motivati da una specifica finalità, che qui non si ravvisa, mentre gli effetti del decreto si dispiegano nel tempo». Opposte le tesi dei legali dell’Inps e dell’Avvocatura dello Stato. Un’eventuale bocciatura integrale del decreto – ha insistito Luigi Caliulo dell’Inps – avrebbe costi stimati attorno ai 30 miliardi di euro, al netto delle cifre già restituite ai pensionati. Di più. Il sistema pensionistico «è in costante sofferenza» dagli anni ‘90 e su di esso hanno pesato anche leggi «come le baby pensioni, che non hanno tenuto conto del futuro e ci sono costate 150 miliardi fino al 2012»». Dunque: «Oggi bisogna tenere conto dei principi costituzionali e del bilanciamento di interessi antagonisti: vanno considerate le opzioni e le istanze Cedu, il vincolo di bilancio, l’articolo 81. Tutte cose a cui i giudici rimettenti non hanno ottemperato». Ai vincoli europei ha fatto riferimento l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri: il decreto «introduce un meccanismo di rivalutazione decrescente e per classi» e per quanto riguarda il rispetto degli equilibri di bilancio è impostato in modo da «consentire di non sforare il limite del 3% imposto da Maastricht e di evitare una possibile procedura di infrazione europea».

Sorgente: Pensioni, la rivalutazione è insostenibile. “Aprirebbe un buco di 30 miliardi” – Economia

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