Il posto su quell’aereo che da Riad atterra a Beirut è rimasto vuoto. Perché scendere da quel volo significava trasformarsi in un “dead man walking”, un ex premier destinato a fare la fine di suo padre: assassinato. Saad Hariri non è rientrato in patria, per ragioni di sicurezza, certamente, ma anche perché la sua perdurante assenza lascia il Libano nel caos politico che né il presidente della Repubblica Michel Aoun né il “premier ombra”, Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, sembrano poter diradare. E aerei da Riad dovranno rimanere vuoti, perché l’Arabia Saudita ha ordinato ai suoi cittadini di non recarsi in Libano e di abbandonare immediatamente il Paese dei Cedri.Stavolta, a differenza del passato, i nemici del “clan Hariri” non possono pescare tra politici sunniti compiacenti, disposti a ricoprire quell’incarico, primo ministro, che la Costituzione libanese affida, per l’appunto, ai sunniti (il presidente della Repubblica spetta ai cristiani maroniti, a presiedere il Parlamento è uno sciita). “Non è che non vi siano politici sunniti disponibili a subentrare a Saad Hariri, ma oggi mostrarsi disponibili significherebbe entrare nel mirino dei sauditi e delle petromonarchie del Golfo, e questo equivarrebbe a un suicidio politico”, confida all’HuffPost una fonte autorevole vicina alla Coalizione 8 Marzo, quella guidata dal premier dimissionario.Riad non ammette sgarri. Perché quella libanese è parte di uno scontro più generale che investe vari teatri mediorientali: la Siria, l’Iraq, lo Yemen ed ora anche il Libano. In questa chiave, il non rientro di Hariri significa mettere in evidenza che il Libano è già a sovranità limitata e che il Paese è ostaggio di Hezbollah e nelle mani di Teheran. Un golpe strisciante che chiama pesantemente in causa lo stesso capo dello Stato, il generale Aoun, eletto grazie al sostegno del Partito di Dio sciita. La tensione a è molto alta. Fonti presidenziali fanno trapelare la convinzione che Hariri, oggi impegnato in una serie infinita di incontri diplomatici nella capitale saudita dopo essere rientrato da Abu Dhabi, sia addirittura tenuto prigioniero a Riad. E l’Arabia Saudita risponde con una misura che dà il segno della gravità del momento, ordinando ai suoi cittadini di lasciare il Libano “immediatamente”, una misura adottata in precedenza anche dal Bahrein.A reggere è il patto Aoun-Nasrallah. Una riprova si è avuta oggi quando la tv di Hezbollah al-Manar, rivela che il presidente libanese starebbe consultando i leader regionali, “per risolvere il mistero” e far tornare in patria il premier. “A causa delle milizie di Hezbollah, tratteremo il Libano come un Paese che ci ha dichiarato guerra”, ammonisce il ministro saudita degli affari del Golfo Thamer al-Sabhan. Il conflitto apertosi con le dimissioni di Hariri non va letto solo con la chiave d’interpretazione sunniti versus sciiti. C’è anche questo aspetto, certamente, ma le alleanze che stanno sempre più prendendo corpo indicano che alla base c’è, anzitutto, un disegno di potenza che divide Riad da Teheran, gli arabi dai “persiani”. E in questa partita strategica l’Arabia Saudita può contare su una convergenza d’interessi con Israele. D’altro canto, è dall’agosto 2006, dalla fine della guerra con Hezbollah, che lo Stato ebraico si sta preparando ad una resa dei conti finale con il Partito di Dio sciita e con il suo sponsor iraniano.Non c’è giorno ormai che sui mezzi d’informazione israeliani non vi siano analisi di strateghi militari che si cimentano su scenari di guerra. Il punto, ripetono a Gerusalemme, non è più “se” ma “quando” la nuova guerra scoppierà. A fianco di Riad si schiera l’Egitto. Predica moderazione, il presidente al Sisi, ma allo stesso tempo ribadisce che: “L’Egitto sarà comunque al fianco dei fratelli (sauditi)”. A fianco con la potenza militare propria del Paese arabo più popolato del Medio Oriente, armi acquistate con i dollari, centinaia di milioni, usciti dai forzieri delle petromonarchie del Golfo. Che la situazione rischi di precipitare rapidamente è chiaro anche all’inquilino dell’Eliseo. Il presidente francese, Emmauel Macron, si rivolge direttamente al suo omologo statunitense, Donald Trump, lanciandogli quello che appare un appello accorato piuttosto che un monito: non fare dell’Iran “una nuova Corea del Nord”. Ma The Donald da quell’orecchio non sembra sentirci: per lui, e i falchi del Pentagono che hanno messo all’angolo il più moderato segretario di Stato Rex Tillerson, l’Iran è lo Stato del terrore e l’errore più grave che in politica estera che Trump imputa al suo predecessore, Barack Obama, è stato quello di aver sdoganato “lo Stato terrorista” con l’accordo sul nucleare.I prossimi giorni ci diranno se il caos politico sfocerà in caos armato. Nasrallah predica prudenza, Aoun invita alla calma, le Forze Armate assicurano che non è in fase di progettazione alcun attentato contro civili in Libano. Ma Saad Hariri non ritorna. Così vuole Riad.

Sorgente: Hariri non torna a Beirut, Riad ordina ai sauditi di lasciare subito il Libano

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