Matteo Renzi

Non è l’incertezza sull’esito del voto politico del 2018 a preoccupare i palazzi romani. La legge elettorale è stata approvata e si conoscono le regole del gioco, il voto regionale in Sicilia ha fissato ai blocchi di partenza il peso nelle urne dei competitori e la campagna elettorale potrebbe finalmente cominciare. La novità è che le urne sono ancora lontane, la data dell’election day non è stata ancora stabilita, e già appare chiaro che il terreno dello scontro si sta per spostare dal piano politico a quello istituzionale, dalla polemica tra i partiti alla delegittimazione degli organi di garanzia, fino ad arrivare ai vertici repubblicani.

Primo segnale: l’attacco del Pd di Matteo Renzi contro il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che ha preso la forma di un’irrituale mozione parlamentare del gruppo del partito di maggioranza contro l’inquilino di via Nazionale. Alla fine Visco è stato riconfermato dal governo e dal Quirinale, i due organi cui spetta per legge il potere di nomina, ma è stato il primo strappo pubblico tra Renzi e Paolo Gentiloni (e Sergio Mattarella), nonostante riappacificazioni e abbracci a uso delle telecamere.

Secondo segnale: l’uscita del presidente del Senato Pietro Grasso dal gruppo del Pd in seguito alla raffica di voti di fiducia per approvare in pochi giorni la legge elettorale Rosatellum. L’ex procuratore capo di Palermo, catapultato alla seconda carica dello Stato all’inizio della legislatura dopo poche ore da semplice parlamentare, fa il primo passo di un cammino che dovrebbe portarlo alla candidatura come bandiera di una lista di sinistra. Non è la prima volta che accade, cinque anni fa Gianfranco Fini da presidente della Camera fondò addirittura un nuovo partito e non andò benissimo. Nuovo è il contesto in cui arriva il divorzio di Grasso dal Pd e la sua denuncia della «violenza» del voto di fiducia. Una scelta, dunque, più istituzionale che politica.

Terzo segnale: la lettera che il Movimento 5 Stelle ha indirizzato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal blog di Beppe Grillo chiedendogli di non firmare il Rosatellum «per evitare la catastrofe istituzionale di un nuovo Parlamento eletto con una legge illegittima». Lettera rispettosa nelle forme, come si dice in questi casi, ma durissima nella sostanza, indirizzata al Capo dello Stato da quello che secondo i sondaggi potrebbe essere il più partito più votato.

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Sono solo i primi indizi dello scontro istituzionale latente che potrebbe prodursi nei prossimi mesi, in campagna elettorale e subito dopo. «Per la prima volta nella storia un partito di governo fa la sua corsa contro il suo governo, presieduto da un amico di Renzi e con i ministri del Pd nelle posizioni-chiave. Una cosa mai vista nella storia repubblicana. E spingerà i partiti dell’opposizione a fare la campagna non contro il governo ma contro il sistema», è la lucida previsione di un anziano conoscitore delle vicende repubblicane come l’ex ministro socialista Rino Formica. «Il comportamento anti-sistema è ormai penetrato nella coscienza del Paese anche in modo inconsapevole. Queste istituzioni sono screditate dall’interno, resteranno indifese».

Una profezia oscura che ricalca i timori dei più avvertiti abitanti del Palazzo. Come accaduto in altri momenti della storia nazionale, i capi-partito vanno in campagna elettorale con l’obiettivo di mantenere gli equilibri precostituiti, ma nessuno può davvero sapere come si comporterà un elettore messo di fronte a una nuova legge elettorale, dopo anni di scontri, e con un ceto politico già estenuato, con M5S entrato a pieno titolo nel gioco e con Renzi che appare come il Pier Luigi Bersani di cinque anni fa, spompo (solo che nel 2013 del segretario del Pd a dirlo era lui, l’allora sindaco di Firenze). Si prepara il salto nel vuoto, per tutti.

Da Renzi ci si aspetta la mossa del cavallo, il cambio di passo sulla scacchiera. Nel 2016 avrebbe potuto dichiarare che si sarebbe dimesso in caso di vittoria del Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre: avrebbe addormentato la campagna referendaria, evitato il muro contro muro con gli avversari decisi a spedirlo a casa e aiutato la causa della riforma costituzionale. Invece mantenne la posizione di partenza («in caso di sconfitta lascio la politica»), ha coalizzato tutti contro di lui, ha perso rovinosamente ed è stato costretto a lasciare Palazzo Chigi. Oggi la mossa del cavallo per Renzi sarebbe annunciare fin da ora che non corre per la presidenza del Consiglio e che per la candidatura alla guida del governo bisogna passare a una figura capace di tenere unita la coalizione di centro-sinistra allargata ai centristi di Angelino Alfano: Paolo Gentiloni, oppure Marco Minniti e Graziano Delrio, con Walter Veltroni a benedire l’operazione.

Per ora, invece, Renzi ripete che il candidato premier c’è già, è il segretario del Pd, cioè lui. Anche se sarebbe già pronto un piano B: in caso di governo di larghe intese potrebbe accontentarsi del ministero degli Esteri, la poltrona oggi occupata da Angelino Alfano, come avveniva nella Prima Repubblica, quando era considerata una riserva di lusso per ex presidenti del Consiglio (Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Emilio Colombo, Mariano Rumor), per continuare a coltivare le relazioni internazionali avviate in questi anni.

Renzi non è l’unico leader sospeso. C’è Silvio Berlusconi che aspetta una sentenza della Corte europea di Strasburgo destinata ad arrivare fuori tempo massimo, sia per un’eventuale candidatura alle politiche sia per un ruolo di governo (ma non è detto che all’ex Cavaliere dispiaccia davvero, soprattutto se al suo posto dovesse entrare in pista per Palazzo Chigi Antonio Tajani, oggi presidente del Parlamento europeo, ieri suo fedelissimo portavoce).

C’è Matteo Salvini, che cancella il simbolo del Nord e si avventura per le terre finora sconosciute alla Lega con l’obiettivo di diventare il partito sovranista nazionale. A sinistra, la sospensione è totale: Giuliano Pisapia, per mesi definito da tutti «leader naturale», è finito in dissolvenza, al suo posto sta prendendo forma la candidatura di Grasso, ma ancora non è chiaro se la nuova sigla di sinistra si alleerà con il Pd o andrà da sola, come vorrebbe Massimo D’Alema. E sospeso è il Movimento 5 Stelle, tra l’abito istituzionale di chi si prepara a governare e la carta anti-sistema, la più facile da giocare in campagna elettorale.

Dai palazzi filtra già l’ipotesi che in caso di impasse dopo il voto il Quirinale sarebbe disposto a sciogliere subito il Parlamento appena eletto e riportare gli italiani alle urne per due volte in tre mesi. Quasi impossibile immaginare che Mattarella dia il via libera a uno scenario del genere. Ma è l’ennesimo indizio che la sospensione politica è destinata sempre di più a coinvolgere le istituzioni. E che l’esito della campagna elettorale potrebbe essere una nuova crisi di sistema.

Sorgente: Matteo Renzi avrebbe un piano B: niente premier, punta a fare il ministro degli esteri – l’Espresso

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