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Uomo delle nevi o roccia?

Abbiamo tutti sentito parlare dello Yeti, altrimenti conosciuto come “abominevole uomo delle nevi”, il curioso quanto ineffabile bipede scimmiesco che lascia impronte qua e là tra le nevi dell’Himalaya e che ha fatto credere a tanti che, nel Tibet e nei dintorni, si aggiri un essere misterioso, che sfugge a ogni classificazione animale conosciuta. Dello Yeti si parla almeno dalla metà dell’Ottocento e diversi sono gli esploratori che, da allora, credono di averlo visto o di averne rilevato le tracce. Oggi, quasi più nessuno ne parla nei termini fascinosi di qualche decennio fa e si è propensi a credere che esso non sia altro che un animale di quelle parti, il cui “mistero” è dato esclusivamente dalle cattive condizioni di visibilità che ne hanno sempre caratterizzato l’individuazione. Perfino le poche fotografie che dovrebbero testimoniarne l’esistenza sono ambigue, tanto che chiunque può leggervi ciò che vuole. In tempi relativamente recenti, l’alpinista Reinhold Messner ha riferito, in un suo libro, di ritenere che lo Yeti sia solo un orso bruno delle nevi. Indipendentemente dalla sua identità, è improbabile che esso corrisponda alla creatura leggendaria e fiabesca di cui molti amanti del mistero amano discutere.

Il vero mistero, però, è perché lo Yeti sia definito “abominevole uomo delle nevi”. Se si consulta il vocabolario si nota che “abominevole” vuol dire “meritevole di una infamante condanna sul piano morale”, “esecrabile”. Ora, se è comprensibile che una creatura misteriosa, vagamente scimmiesca, possa suscitare paura, inquietudine o sgomento, non si capisce perché debba essere oggetto di condanna morale. La risposta sta in un clamoroso errore di traduzione.

Il termine “abominevole uomo delle nevi” (Abominable Snowman, in inglese) fu coniato nel 1921, anno in cui il tenente colonnello Charles Howard-Bury condusse una spedizione britannica sul monte Everest, poi descritta nel libro Mount Everest The Reconnaisance, 1921. Qui egli riferì di essersi imbattuto in alcune strane tracce, probabilmente di un lupo grigio, che però gli sherpa che accompagnavano la spedizione attribuivano a quello che essi chiamavano metoh-kangmi, termine composto da metoh (“uomo orso”) e kang-mi(“uomo delle nevi”). Howard-Bury, tuttavia, giudicò l’esistenza dell’essere una favola per incutere timore nei bambini, paragonabile a quella occidentale dell’orco.

Il giornalista Henry Newman intervistò alcuni uomini che avevano partecipato alla spedizione di  Howard-Bury i quali gli riferirono del metoh-kangmi. Ecco come Newman riferisce il suo incontro:

Mi misi a parlare con alcuni facchini e, con mia grande sorpresa e piacere, un altro tibetano, lì presente, mi fornì una descrizione completa di questi uomini selvaggi, dei piedi volti all’indietro che consentivano loro di scalare facilmente le montagne, dei capelli lunghi e arruffati che, quando discendevano, ricadevano sugli occhi… Quando gli chiesi come chiamassero questi uomini, mi rispose metoh-kangmiKangmi significa “uomini delle nevi”, mentre tradussi la parola metoh con “abominevole”. Questa storia mi sembrava ben trovata (a joyous creation) e la trasmisi a un paio di quotidiani. Fece subito presa… In seguito, un esperto del Tibet mi disse che non avevo ben afferrato il significato del termine metoh. Non significava tanto “abominevole” quanto “schifoso”, “rivoltante”, come di qualcuno che indossa stracci ripugnanti.

L’espressione “abominevole uomo delle nevi” deriva, dunque, dalla “creatività” traduttiva (o “faciloneria” a seconda dei punti di vista) di un giornalista al quale era stata, comunque, comunicata una traduzione sbagliata del termine metoh (che, come abbiamo visto, non significa neppure “disgustoso”, ma “uomo orso”). Se poi l’espressione ebbe successo fu perché, per una inattesa eufonia, attecchì presso il grosso pubblico.

In conclusione, l’uomo delle nevi non ha mai avuto niente di abominevole. Abominevole, al più, è solo la capacità umana di sbagliare e di perseverare nell’errore solo perché esso appare una joyous creation.

 

Sorgente: Perché “abominevole”? | romolo capuano

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