L’approvazione definitiva della legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (“testamento biologico”) è un fatto assai importante. Quando, nel corso della mia prima e lontana esperienza parlamentare – iniziata nel 1994 e conclusasi nel 2001 – presentai un disegno di legge sul biotestamento, il contesto culturale e politico era completamente diverso. Era il 1997 e conoscevo quella tematica da appena un paio di anni, ne ero ancora scarsamente competente e, peraltro, la stessa formula “testamento biologico” era totalmente sconosciuta alla stragrande maggioranza della classe politica e dell’opinione pubblica. Da allora è davvero cambiato tutto. Si pensi al solo dato rappresentato da quasi 200 registri per le disposizioni anticipate di trattamento, istituiti presso amministrazioni comunali, provinciali e regionali.È il segno inequivocabile di un mutamento profondo realizzatosi nel senso comune e nell’etica pubblica. Ed è della qualità di questo mutamento che la legge approvata ieri prende atto, pur tardivamente. Si tratta di un risultato fondamentale. Innanzitutto perché si registra in uno scenario di torpida e gretta involuzione quale quello del nostro dibattito culturale e della discussione pubblica sui diritti fondamentali della persona. Ma l’approvazione di questa legge non è solo un risultato particolarmente positivo rispetto a un quadro tutt’ora così arretrato di tutela delle libertà civili e delle garanzie individuali.È un passo avanti che consente di affrontare temi finora trascurati. In particolare, quello che rappresenta una grande – e davvero drammatica – rimozione. Ovvero il tema del dolore. Domina nel senso comune e in parte notevole della classe medica – e non solo, credetemi, in quella condizionata da una malintesa cultura cattolica – l’idea che la sofferenza sia semplicemente un effetto collaterale, inevitabile e ineliminabile delle patologie: e non, come invece è, una patologia essa stessa. Dunque da affrontare con tutta la cura e la scienza, con le energie e le terapie, che una infermità e una invalidità, come il dolore è, richiedono. Infine, c’è un punto cruciale da chiarire. Secondo gli avversari del biotestamento – non tutti in perfetta buonafede – la possibilità di formulare le proprie disposizioni anticipate di trattamento, porterebbe a una situazione di isolamento del paziente, e del paziente terminale, “lasciato solo” a decidere della propria sorte. È la menzogna più indecente. Se anche ci si limitasse a considerare le vicende pur così diverse di Walter Piludu, Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli e di altri ancora, constateremmo che le loro decisioni non sono state, certo, l’esito di una concezione individualistica e atomizzata dell’esistenza.Al contrario, ciò che ancora resisteva del legame sociale intorno a persone affette da patologie così invalidanti, ha aiutato a far sì che quelle scelte “tragiche” non venissero effettuate nella desolazione di un abbandono emotivo e di una solitudine senza affetti. Infine, quelle stesse scelte non nascono nemmeno – come troppo spesso viene sostenuto – da un’idea per così dire “materialistica” della vita. Non c’è dubbio che un merito della cultura cattolica è stato quello di proporre una concezione non economicistica, consumistica e salutistica dell’esistenza umana: la vita come prestazione che non perde valore quando viene meno la sua originaria integrità o quando già nasce come deficitaria. Giustissimo, ed è proprio questo che ha portato a una crescente sensibilità nei confronti dell’handicap, della disabilità, della vulnerabilità.E, infatti, checché strumentalmente si dica, non c’è in quanti sostengono la necessità di regolamentare le tematiche di fine vita, alcuna tentazione eugenetica. E nemmeno alcuna concezione superomistica o “prestazionistica” che riduce la fragilità dell’essere umano e della sua esistenza in un mondo ostile a criteri di produttività e rendimento. Al contrario, c’è in questo la consapevolezza tragica dei limiti: quelli fisici e quelli del progresso scientifico, quelli della tenuta psicologica e quelli dello sviluppo delle biotecnologie. Ma tra chi sceglie di continuare a vivere nonostante le difficoltà e le sofferenze e chi sceglie di porre fine al dolore della propria esistenza c’era – c’è stata fino a oggi – una differenza enorme e iniqua: il primo ha il diritto pieno e incondizionatamente riconosciuto, di fare la sua scelta. Il secondo, per attuare la propria, ha dovuto entrare finora in conflitto con la legge. Da oggi qualcosa cambia.

Sorgente: Da oggi qualcosa cambia davvero: anche chi vuole morire ha i suoi diritti

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