«Oui, je suis Catherine Deneuve». Era il claim del memorabile spot anni Ottanta della Lancia Delta Lx, «un’auto a cui piace il successo». Al centro della scena, come testimonial, c’era lei: la Bella di giorno di Luis Buñuel, la «musa inquietante» di Roman Polanski in Repulsione, l’eroina western di Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri.
La Deneuve è tornata e, stavolta, il carosello Lancia si fa hashtag per la prima vera lotta anti-puritana del dopo Weinstein: l’attrice parigina, nata Catherine Fabienne Dorléac, si fa capo di un collettivo di un centinaio di donne secondo le quali proteggere le donne non deve «incatenarle a uno status di eterne vittime». Risposta francese all’etica (o alla retorica, fate voi) del #metoo che negli Usa ha raggiunto l’apice nella notte dei Golden globe, con le dive vestite di nero a condannare i soprusi da parte dei maschi di potere.

Catherine Deneuve: lasciamo a uomini la libertà di importunarci

Il femminismo, secondo la Deneuve, non è «l’odio degli uomini e della sessualità. La violenza è un crimine – si legge nella lettera aperta che il collettivo ha pubblicato su Le Monde – ma il “rimorchio” insistente o maldestro non è un reato, né la galanteria è un’aggressione del maschio». In seguito al caso Weinstein, proseguono le donne del collettivo, per lo più artiste e intellettuali, c’è stata una «legittima presa di coscienza delle violenze sessuali esercitate sulle donne», ma poi questa «liberazione della parola» si è «rivoltata nel suo opposto: ci viene intimato di parlare come si deve, di non provocare, e quelle che rifiutano di piegarsi a tali ingiunzioni sono viste come delle traditrici, delle complici».

Il diritto di «toccare un ginocchio»
Tutte d’accordo sul fatto che le iniziative come l’hashtag #metoo siano state meritorie nel «liberare la parola» delle donne. Ma tutte altrettanto decise nel condannare che #metoo abbia «comportato, sulla stampa e sui social network, una campagna di delazioni e accuse pubbliche di individui che, senza che si lasci loro la possibilità di rispondere o di difendersi, vengono messi esattamente sullo stesso piano di violentatori. Questa giustizia sbrigativa – continuano le donne nella loro denuncia – ha già fatto le sue vittime, uomini puniti nell’esercizio del loro lavoro, costretti a dimettersi, avendo avuto come unico torto quello di aver toccato un ginocchio, tentato di strappare un bacio, o aver parlato di cose “intime” in una cena di lavoro, o aver inviato messaggi a connotazione sessuale a una donna che non era egualmente attirata sessualmente».

La differenza tra violenza e avance
Proprio su quest’ultimo punto, la distinzione netta fra la «violenza sessuale», che è «un crimine» e il «rimorchio» che «non è neppure un reato», si concentra la battaglia delle cento controcorrente.

«Noi difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale», siamo «abbastanza mature» da «non confondere un goffo tentativo di rimorchio da un’aggressione sessuale». Deneuve e le altre, «in quanto donne», gridano il loro desiderio di «non riconoscersi in questo femminismo che, al di là della denuncia degli abusi di potere, assume il volto dell’odio verso gli uomini e la sessualità».
Niente a che vedere con le battaglie giuste e sacrosante, ma la confusione si ritorce contro le stesse vittime: «La donna, oggi, può vigilare affinché il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi traumatizzata per tutta la vita se qualcuno le si struscia contro nella metropolitana». La cara, vecchia Catherine sa benissimo che oggi, nell’anno primo dopo Weinstein, con grande difficoltà Francois Truffaut, fervente appassionato di donne – come Welles, Hitchcock, Fellini e chissà quanti altri maschi cinematografari prima e dopo di loro – si sarebbe sentito così libero nello scrivere il copione de La mia droga si chiama Julie così come lo conosciamo. E allora, parafrasando quel monellaccio di Woody Allen, l’ordine è uno, categorico e imperativo: «Provaci ancora, maschio!».

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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