“Beato Nanni, che riesce a trovare poetica la borghesia romana”, mi disse una volta Bernardo Bertolucci in una conversazione all’inizio degli anni ’90 parlando dei film di Moretti. Non aveva conosciuto ancora Gabriele Muccino. Ritornato al mondo dal quale è partito con il clamoroso successo di L’ultimo bacio, il suo ultimo film, A casa tutti bene, che si svolge interamente ad Ischia dove è riunita l’intera famiglia di una coppia che celebra le nozze d’argento insieme ai 4 figli e ai molteplici derivati, mostra ancora una volta che la forza del suo sguardo è una colluttazione inesausta con il fascino discreto della classe media: il culto della famiglia, il terrore della povertà, l’ipocrisia dei sentimenti.Il fatto che rimangano bloccati sull’isola a causa del maltempo, accentua l’idea che si tratti ormai di una élite (che riposa sul benessere di un ristorante avviato, i figli adulti e sistemati, un passaggio di testimone naturale tra i più anziani e i nipoti più giovani), ma la permanenza forzata porta a incandescenza vecchi rancori e a ebollizione conflitti latenti: Solarino, la vecchia ex di Favino, che la madre Sandrelli ha voluto lo stesso alla grande riunione, manda in isteria la attuale moglie, la Crescentini.È solo la scintilla più evidente di un big bang al rallentatore. Morelli freme perché deve partire per Parigi dove lo attende l’amante con la quale tradisce la Impacciatore; Elena Cucci, con figlia e consorte lontano, flirta con Accorsi, il figlio “speciale”, poeta e scrittore, senza reddito che non vede il figlio da anni. Gianmarco Tognazzi, il cugino sotto sfratto che aspetta un figlio dalla Michelini e spera di poter ritornare al ristorante dove è stato fatto fuori, è il parente povero che fa divertire gli altri con le barzellette su Berlusconi e le canzonette al piano, Ghini ha un alzheimer precoce che contribuisce di buon grado ai momenti d’isteria generale.Il film inizia un po’ come un film dell’ultimo Scola (La famiglia) ma finisce con una carneficina alla Monicelli (Parenti serpenti): lo spettatore lo sa dall’inizio che la musica di Piovani è troppo dolce per non temere burrasche spaventose in arrivo. Muccino è sempre stato bravo a manovrare un cast corale, a tenere tutti nell’inquadratura mobile e liquida, ad avere una falcata leggera ma spedita, a fibrillare i momenti più drammatici con una battuta divertente.Stavolta lo è più del solito: la squadra prodigiosa di attori lo segue come se avesse già fatto con lui quel film a teatro per una stagione. Ma è quando guarda con stupore e smarrimento lo stupore e smarrimento dei suoi personaggi che il suo sguardo diventa notevole: l’affetto che si tramuta in disprezzo, il sentimento in violenza, la bonarietà in raggiro, l’impotenza in rabbia. La famiglia, quel ring che eleva a potenza ogni affetto (l’amore come l’ odio) è messo sotto una lente d’ingrandimento dolce, spietata e irrequieta.C’è un antidoto ai matrimoni che diventano imboscate sanguinarie? Ai figli che guardano con rancore e pena i padri e ai genitori che guardano con dolore e rammarico i figli? Il cinema di Muccino conosce solo una poesia, quella dei primi e ultimi baci. Nessuno, al cinema, in Italia, negli ultimi decenni, ha saputo come lui palpitare, sempre a rischio di un letale romanticismo, per la nascita dell’amore, il trasalimento degli sguardi che s’incontrano.Anche in A casa tutti bene, dove i timori dell’Ultimo bacio e di Ricordati di me – saltando per il momento la lunga e combattiva parentesi hollywoodiana – si sono trasformati in uno scetticismo enciclopedico, l’unico controcanto al cattivo gusto della pesantezza della vita, l’unica pausa di una classe benestante spossata e tramortita da se stessa e dai propri riti e irresolutezze, sono i sorrisi e le carezze nell’ombra, le promesse di purezza dei teenager, i corpi che cercano abbandono l’uno nell’altro, la tenerezza allucinatoria dell’amore.

Sorgente: Il ritorno di Muccino con “A casa tutti bene”, a Ischia tra primi e ultimi baci

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