Dai tempi del blocco di Cuba, Stati Uniti e Russia non sono stati mai così vicini al conflitto. Gli ultimi avvenimenti sovrastano i tweet al fulmicotone di Donald Trump e le risposte irridenti su Facebook della portavoce di Serghei Lavrov Maria Zakharova. Il mondo assiste basito. Il cacciatorpediniere americano Donald Cook fa rotta verso il porto siriano di Tartus, da sempre unico approdo russo nel Mediterraneo. La marina russa ha già in atto nella stessa zona esercitazioni belliche che continueranno domani.

Basta una piccola scintilla per far divampare il terribile incendio. Il regime di Bashar Assad ha preso alla lettera la minaccia del raid entro 24-48 ore. L’osservatorio siriano per i diritti umani basato a Coventry, in Inghilterra, e accreditato di una rete capillare di informatori in Siria, ha riferito che da martedì tutte la basi militari del regime sono state evacuate nelle province di Damasco, del Rif della capitale, di al Suwaidaa, di Homs, di Tartus, di Latakia e di Deir Ez Zour.

Uno stato di massima allerta è scattato alle 24 di martedì 10 aprile e dovrebbe durare almeno 72 ore, salvo estensioni. Assistiamo a un possibile scontro fra il guerriero riluttante Trump, nonostante i suoi tweet di fuoco, e l’uomo, Vladimir Vladimirovic Putin, che pareva appagato dalla popolarità conquistata per aver riportato la Russia al rango di potenza planetaria e che aveva cominciato a ritirare i suoi uomini dalla macelleria siriana (accogliendoli con solenni cerimonie di ringraziamento).

Qualche giorno fa il presidente americano si era spinto a annunciare il ritiro dal vortice siriano di morti e di macerie, nonostante le note perplessità e resistenze del Pentagono. Sembrava quasi che avesse preso atto della circostanza che i vincitori della guerra civile cominciata nel 2011 sono il regime di Bashar Assad, imprigionato, dopo le prime aperture della sua presidenza, nella rete degli alti papaveri militari e dell’intelligence, la Russia e gli alleati del campo sciita, gli Hezbollah libanesi, gli Ayatollah iraniani e le milizie irachene.

Queste ultime, non a caso, si sono fatte sentire con una dichiarazione del l’ imam Muqtada al-Sadr, anima della resistenza agli americani in Iraq, che ha firmato l’ennesimo focoso annuncio di lotta: “Non staremo certo a guardare se i nostri luoghi sacri in Siria verranno messi in pericolo”.

Trump si trova, con pochissima voglia di agire, a dover riempire il vuoto che era stato aperto dal suo predecessore Barack Obama. Secondo diverse fonti le sue forze in Siria sono ridotte a non più di 2000 uomini. A Manbij, un centro minacciato dall’offensiva turca “ramo d’olivo”, nei giorni scorsi un ordigno piazzato sul bordo della strada ha ucciso due militari, uno statunitense e un britannico, ricordando che è impossibile ignorare il disastro siriano.

Il problema della Casa Bianca è che ora pare arduo uscire dall’impasse con una gragnuola di missili come un anno fa a Khan Shaykhoun. In quell’occasione oltretutto emerse che con ogni probabilità gli aerei di Assad avevano colpito un deposito di cloro dei ribelli quando bombardarono un edificio nel quale sospettavano che fosse in corso un vertice di jihadisti.

Non a caso ora Maria Zakharova attribuisce l’annuncio dei raid “all’idea globale di rimuovere velocemente le tracce della provocazione” e il Pentagono fa sapere che “sta ancora valutando l’attacco di Duma”. Si è arrivati addirittura a disquisire se sia stato usato gas nervino o “semplice” cloro per stanare gli ultimi ribelli di Duma nascosti negli scantinati assieme a donne e bambini. Ma sembrano dettagli in un Medio Oriente che è cambiato radicalmente.

La conferma migliore è la recente richiesta del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, noto come Mbs. In passato il suo paese si limitò a finanziare lo sforzo pachistano per sviluppare armi atomiche. Ora Mohammed bin Salman vorrebbe che l’amministrazione americana gli consentisse di dotarsi di un arsenale nucleare per contrastare la dilagante influenza iraniana nella regione.

 

Sorgente: Davanti alla polveriera siriana

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